L’incriminazione di Raúl Castro da parte di un tribunale federale di Miami segna un punto di svolta drammatico nei rapporti tra Cuba e gli Stati Uniti. L’ex presidente cubano, novantaquattrenne, è accusato di omicidio e cospirazione per l’abbattimento nel 1996 di due aerei di esuli cubani, un episodio che da decenni rappresenta una ferita aperta nella memoria di Miami.
L’annuncio, fatto dal procuratore generale ad interim Todd Blanche durante una cerimonia alla Freedom Tower, è stato accolto da applausi e slogan patriottici, mentre il governo dell’Avana tace e nega ogni intenzione di estradizione. L’atto d’accusa, emesso il 23 aprile, si inserisce nella strategia di pressione del presidente Donald Trump, che ha definito Cuba “uno stato canaglia” e promesso di “scacciare le forze dell’illegalità” dall’emisfero occidentale.
L’iniziativa giudiziaria, che coinvolge altri cinque imputati, riapre le tensioni della Guerra Fredda e rafforza la linea dura di Washington contro l’isola, già colpita da sanzioni e blocchi energetici.
A Miami, la comunità cubano‑americana celebra l’evento come una vittoria simbolica, mentre il segretario di Stato Marco Rubio offre cento milioni di dollari in aiuti, accusando L’Avana di aver condotto il Paese alla crisi. Per Cuba, l’incriminazione è un atto politico mascherato da giustizia.
Il presidente Miguel Díaz‑Canel ha denunciato l’operazione come “interferenza e frustrazione”, evocando il lungo passato di dipendenza da Washington. Ma la mossa americana sembra destinata a consolidare l’isolamento dell’isola e a riaccendere le tensioni regionali. Dopo Maduro, Trump aveva promesso che “Cuba sarebbe stata la prossima”. Ora quella promessa si è trasformata in un atto giudiziario che riporta i due Paesi al gelo di un’altra epoca.





