Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Olanda e Giappone si sono dichiarati pronti a contribuire a un piano per garantire la navigazione commerciale nello Stretto di Hormuz, parzialmente bloccato dall’Iran. In un comunicato, Downing Street parla di “ulteriori misure per stabilizzare i mercati energetici” e assicura che i sei Paesi sono pronti a proteggere le rotte marittime.
Sul dossier si sono confrontati anche il premier britannico Keir Starmer, il segretario generale della Nato Mark Rutte e il presidente francese Emmanuel Macron, ribadendo la necessità di “un piano sostenibile” per riaprire lo Stretto e condannando gli attacchi iraniani contro infrastrutture strategiche del Qatar.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha confermato la linea prudente europea: “Non ho elementi certi per confermare o confutare le tesi americane”. L’obiettivo resta un accordo sul nucleare che limiti l’uso dell’uranio a fini civili. “Gli scenari sono tutti poco rassicuranti”, ha aggiunto, parlando di una crisi del diritto internazionale.
Usa: guerra senza scadenza, possibile invio di truppe
Dal Pentagono arriva una linea netta. “Non è stata fissata alcuna scadenza per la fine della guerra: sarà il presidente Trump a decidere”, ha dichiarato il segretario alla Difesa Pete Hegseth, rivendicando la distruzione di oltre 120 navi e porti militari iraniani. Secondo media americani, la Casa Bianca valuta l’invio di migliaia di soldati nella regione.
Il capo di Stato maggiore Dan Caine ha confermato l’intensificazione delle operazioni: “Stiamo penetrando più a est nello spazio aereo iraniano”, con l’impiego anche di elicotteri Apache contro droni kamikaze.
Divisioni strategiche tra Usa e Israele
La direttrice dell’Intelligence nazionale Tulsi Gabbard ha evidenziato divergenze tra Washington e Tel Aviv: “Gli obiettivi americani differiscono da quelli israeliani”. Israele punta a colpire la leadership iraniana, mentre gli Stati Uniti mirano a distruggere capacità missilistiche e navali.
Gabbard ha inoltre confermato che Mojtaba Khamenei è “gravemente ferito”, sottolineando che il processo decisionale a Teheran è “poco chiaro”.
Escalation nel Golfo
Il conflitto si concentra sui centri energetici della regione. Teheran ha colpito raffinerie in Arabia Saudita, mentre il Kuwait ha sospeso le attività in due impianti. Un drone si è schiantato contro la raffineria Samref a Yanbu, sul Mar Rosso.
In Arabia Saudita una batteria Patriot greca ha intercettato due missili balistici iraniani diretti verso impianti petroliferi. “La protezione delle infrastrutture energetiche è cruciale”, ha dichiarato il ministro della Difesa greco Nikos Dendias, avvertendo che l’aumento dei prezzi del petrolio rappresenta una minaccia globale.
I Paesi del Golfo hanno attivato procedure accelerate per il traffico commerciale e chiesto una riunione urgente delle Nazioni Unite.
South Pars
Al centro delle tensioni anche il giacimento di gas di South Pars. Trump, pur negando il coinvolgimento diretto nell’attacco, ha avvertito che gli Stati Uniti sono “pronti a distruggerlo” in caso di nuove offensive contro il Qatar.
Il Parlamento iraniano valuta l’introduzione di pedaggi per le navi in transito nello Stretto, mentre Teheran ha chiesto all’Onu un risarcimento agli Emirati Arabi Uniti per aver consentito attacchi americani dal proprio territorio.
In questo quadro, il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha chiesto la fine immediata delle ostilità: “È tempo di fermare questa guerra che rischia di sfuggire al controllo”. All’Iran ha chiesto di riaprire Hormuz, agli Stati Uniti e a Israele di cessare le operazioni militari.





