sabato, 25 Maggio, 2024
Lavoro

Lavoro autonomo crisi senza fine

“La lenta agonia del mondo del lavoro autonomo”. Un titolo da romanzo nero per l’ultima indagine del Centro studi della Cgia di Mestre che si occupa di analisi socio economiche. Un report che appare particolarmente doloroso perché a finire nel guado delle difficoltà sono migliaia di piccole attività spesso famigliari che non trovano vie di uscita. Giù saracinesche e studi professionali. Piccole imprese e partite Iva si trasformano in  dipendenti.

Dal Covid alla guerra

La discesa nei guai per i lavoratori autonomi ha assunto l’intensa di una valanga.
“Dal febbraio del 2020, mese che precede l’avvento della pandemia, al marzo di quest’anno, ultima rilevazione effettuata dall’Istat, i lavoratori indipendenti sono diminuiti di 215 mila unità”, osserva la Cgia, “Se 2 anni fa erano 5 milioni 192 mila, al termine del primo trimestre di quest’anno sono scesi a 4 milioni 977 mila (-4,1 per cento)”. Nel calcolo c’è l’altra faccia della medaglia, cioè l’aumento dei lavoratori dipendenti.

“Sempre nello stesso intervallo di tempo, invece, i lavoratori dipendenti sono aumentati di 233 mila unità, passando da 17 milioni 830 mila a 18 milioni 63 mila (+1,3 per cento), anche se va sottolineato che la quasi totalità dell’incremento è riconducibile a persone che in questo biennio sono state assunte con un contratto a termine”, segnala l’Ufficio studi.

L’identikit: fragili e indifesi

I lavoratori autonomi ad essere colpiti dalla perdita di opportunità sono le fasce più fragili e gli indifese.
“I dati dimostrano inequivocabilmente che il deterioramento del quadro economico causato dal Covid in questi ultimi 2 anni ha colpito i lavoratori più fragili, quelli senza alcuna tutela, quelli privi di qualsiasi ammortizzatore sociale; vale a dire la parte più debole del nostro mercato del lavoro”. In altri versi quei settori professionali che rispondo a agli artigiani, i piccoli commercianti, le partite Iva, tanti giovani liberi professionisti che a fronte dei ripetuti lockdown e della conseguente caduta dei consumi interni sono stati costretti a gettare definitivamente la spugna.

Da autonomi e dipendenti

C’è anche in altra possibilità, quella che molti autonomi stanchi di competere abbiano scelto la via di un ritorno ad essere dipendenti.
“Visto che il numero dei lavoratori dipendenti in questi ultimi 2 anni è cresciuto, non è da escludere che fra coloro che hanno chiuso la propria attività, alcuni siano rientrati nel mercato del lavoro, facendosi assumere come dipendenti.

Perché la crisi degli autonomi

Gli aumenti hanno finto per dare il colpo di grazia a molte attività. In particolare per i piccoli imprenditori i rincari di luce e gas sono pagati due volte. “L’aumento esponenziale dei prezzi, il caro carburante e quello delle bollette potrebbero peggiorare notevolmente la situazione economica di tantissime famiglie, soprattutto quelle composte da autonomi”, calcola la Cgia, “Nel ricordare che il 70 per cento circa degli artigiani e dei commercianti lavora da solo, ovvero non ha né dipendenti né collaboratori familiari, moltissimi artigiani, piccoli commercianti e partite Iva stanno pagando due volte lo straordinario aumento registrato in questi ultimi 6 mesi dalle bollette di luce e gas. La prima come utenti domestici e la seconda come piccoli imprenditori per riscaldare, raffrescare e illuminare le proprie botteghe e negozi”

Draghi e le misure di mitigazione

Il Centro studi sottolinea come le difficoltà siano giunte nonostante le misure di mitigazione introdotte in questi ultimi mesi dal Governo Draghi, i costi energetici sono esplosi, raggiungendo livelli mai visti nel recente passato. “Senza aspettare Bruxelles, pertanto, bisogna che il nostro Governo intervenga subito”, propone la Cgia, “introducendo a livello nazionale un tetto temporaneo al prezzo del gas, così come hanno già fatto la Spagna, nell’autunno scorso, e la Francia a inizio di quest’anno”.

In aumento il lavoro “nero”

Molti di coloro che hanno chiuso definitivamente l’attività e non sono riusciti a trovare una nuova occupazione, probabilmente continuano a lavorare in “nero”. “Dati ufficiali ancora non ce ne sono”, evidenzia la Cgia, “ma la sensazione è che il Covid abbia contribuito ad incrementare sensibilmente il numero degli irregolari, vale a dire di coloro che prestano la propria attività abusivamente”. Un incremento che per il Centro studi è un’altra spina nel fianco. “E’ il caso di tanti abusivi che si spacciano per edili, dipintori, parrucchieri/estetiste, falegnami, idraulici ed elettricisti che in questi ultimi 2 anni hanno provocato una concorrenza sleale fortissima nei confronti di coloro che esercitano queste attività in “chiaro”. Secondo l’Istat l’esercito dei lavoratori “invisibili” presenti in Italia è costituito da 3,5 milioni di persone che ogni giorno si recano nei campi, nei cantieri, nei capannoni o nelle case degli italiani per prestare la propria attività lavorativa irregolare. Essendo sconosciuti all’Inps, all’Inail e al fisco, gli effetti economici negativi che producono questi soggetti sono pesantissimi”, evidenzia il Centro studi, “nel 2019 – ultimo dato disponibile -, il valore aggiunto prodotto dal lavoro irregolare ha sfiorato i 77 miliardi di euro”.

L’accelerazione della guerra

Ancorchè sia un dato parziale, sembra che anche l’avvento della guerra in Ucraina abbia peggiorato ulteriormente la situazione. Se a febbraio di quest’anno i lavoratori indipendenti presenti in Italia erano tornati sopra la soglia dei 5 milioni (precisamente 5.018.000), alla fine di marzo sono scesi a 4 milioni 977 mila unità (- 41 mila). “E’ evidente che solo le rilevazioni mensili successive ci consentiranno di capire se questo trend verrà confermato. Se così fosse”, commenta la Cgia, “la diminuzione del numero delle partite Iva potrebbe essere ascrivibile anche agli effetti della guerra che stanno contribuendo ad aumentare il prezzo delle bollette di luce e gas, il costo del trasporto e la crescente difficoltà nel reperire molte materie prime”.

Sempre più serrande abbassate

La chiusura di tantissime piccole attività economiche è riscontrabile anche a occhio nudo. “Basta girare a piedi per accorgersi che sono sempre più numerosi i negozi e le botteghe con le saracinesche abbassate 24 ore su 24”, spiegano gli analisti del Centro studi, “Un fenomeno che sta interessando sia i centri storici sia le periferie delle nostre città, gettando nell’abbandono interi isolati, provocando un senso di vuoto e un pericoloso peggioramento della qualità della vita per chi abita in queste realtà. Meno visibile, ma altrettanto preoccupante, sono le chiusure che hanno interessato anche i liberi professionisti, gli avvocati, i commercialisti e i consulenti, che svolgevano la propria attività in uffici/studi ubicati all’interno di un condominio. Insomma, le città stanno cambiando volto: con meno negozi e uffici sono meno frequentate, più insicure e con livelli di degrado in aumento”.

Subito un tavolo di crisi

Da più di un anno la Cgia chiede sia al Premier Draghi che ai governatori di aprire un tavolo di crisi permanente a livello nazionale e locale. “Mai come in questo momento, infatti, è necessario dare una risposta ad un mondo, quello autonomo, che sta vivendo una situazione particolarmente difficile”, sottolinea ancora il Centro studi, “Soluzioni a portata di mano non ce ne sono. E non dobbiamo nemmeno dimenticare che in questi ultimi due anni oltre ai ristori (ancorché del tutto insufficienti), gli esecutivi che si sono succeduti hanno, tra le altre cose, istituito l’Iscro l’assegno universale per i figli a carico e il reddito di emergenza per chi è ancora in attività. Con il recentissimo decreto aiuti, infine, anche gli autonomi con un reddito inferiore a 35 mila euro riceveranno nei prossimi mesi il bonus una tantum da 200 euro. Misure importanti, ci mancherebbe, ma insufficienti a fronteggiare le difficoltà provocate da questa situazione di crisi così pesante. Per questo riteniamo indispensabile istituire presso il Ministero dello sviluppo economico e in ogni singola regione un tavolo di crisi permanente”.

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