Il Bangladesh prova a disinnescare la protesta dei lavoratori tessili che da cinque giorni scuote uno dei settori decisivi per l’economia nazionale. La nuova commissione salariale ha stabilito che da dicembre entrerà in vigore una struttura retributiva rivista, anche se resta ancora da definire il punto più delicato: l’entità effettiva degli aumenti.
I primi stipendi calcolati secondo il nuovo sistema saranno pagati a gennaio. I lavoratori chiedono che il salario minimo mensile salga dagli attuali 12.500 taka a 30.000, circa 242 dollari, sostenendo che l’aumento dei prezzi di alimentari, abitazioni e trasporti abbia drasticamente eroso il potere d’acquisto.
La tensione nei distretti industriali
La tensione è esplosa nei grandi distretti industriali di Savar e Gazipur, alle porte di Dacca, dove manifestanti e polizia si sono scontrati. Blocchi stradali e proteste hanno paralizzato parte della produzione, mentre le forze dell’ordine hanno utilizzato gas lacrimogeni e granate stordenti. Centinaia di fabbriche hanno sospeso l’attività proprio durante una fase cruciale per gli ordini primaverili ed estivi destinati ai mercati internazionali.
Il rischio è quello di ritardi nelle consegne per un’industria che occupa circa quattro milioni di persone e genera oltre l’80% dei ricavi delle esportazioni del Paese. Dal Bangladesh si riforniscono colossi internazionali come H&M, Zara e Walmart. Le imprese avvertono però che il settore è già sottoposto a forti pressioni: aumento dei costi, concorrenza regionale, incertezza energetica e domanda più debole nei principali mercati di esportazione.
La sfida della commissione sarà quindi trovare un equilibrio tra condizioni di vita dei lavoratori e capacità delle aziende di rimanere competitive. Per gli economisti la risposta non può tuttavia essere affidata ancora a lungo al basso costo della manodopera. Una crescita consistente dei salari potrebbe essere sostenibile se accompagnata da maggiore produttività, investimenti e produzioni a più alto valore aggiunto. A minacciare davvero il Bangladesh, infatti, potrebbe essere una stagione prolungata di proteste: consegne incerte e fabbriche ferme rischiano di compromettere la fiducia dei grandi marchi internazionali, trasformando la questione salariale in un problema per l’intera economia nazionale.





