Un Paziente che diventa un grande amico. Francesco Natale, Segretario particolare di numerosi Presidenti della nostra Repubblica, cultore massimo del Cerimoniale istituzionale a cui mi ha appassionato con le sue descrizioni ed aneddoti.
C’è un momento, a Palazzo Chigi, che ogni italiano ricorda: il Presidente del Consiglio uscente consegna al successore una piccola campanella d’argento. Un simbolico passaggio di consegne. È questo il cerimoniale: una grammatica silenziosa che trasforma il potere in istituzione e la persona che lo riceve in carica pubblica. La Repubblica italiana ha un proprio Cerimoniale di Stato, che tutela l’ordine istituzionale, il rispetto dei ruoli, la dignità dello Stato e il regolare svolgimento delle relazioni ufficiali, interne e internazionali. Non è semplice formalità né pura estetica, ma un vero e proprio codice di comportamento regolato da norme giuridiche. Non a caso è nata un’Accademia italiana del Cerimoniale.
La storia del Cerimoniale italico è antica. Nasce con il Regno il 19 aprile 1868 fissando l’ordine delle precedenze a Corte e nelle funzioni pubbliche, il Novecento aggiornava quell’architettura, il fascismo la ritagliava alla sua liturgia, la Repubblica la ereditò spogliandola dei fasti dinastici lasciandole il suo senso profondo. Il cerimoniale repubblicano, infatti, non nasce per esaltare chi governa, ma per ricordargli che è di passaggio. Stabilisce chi entra per primo, chi siede alla destra di chi, quale bandiera si espone e come, quando si leva l’inno. Regole che ai distratti appaiono un fastidioso retaggio del passato e che invece proteggono un principio democratico essenziale: le istituzioni vengono prima degli uomini che temporaneamente le occupano.
Il decreto del Presidente del Consiglio del 14 aprile 2006, integrato nel 2008, ha codificato per la prima volta in modo organico l’ordine delle precedenze della Repubblica, con al vertice il Capo dello Stato, che rappresenta l’unità nazionale. Il cerimoniale non è immobile. Quest’anno, per gli ottant’anni della Repubblica, il presidente Mattarella ha sostituito il tradizionale ricevimento riservato alle autorità con una festa aperta ai cittadini in piazza del Quirinale. È la prova che la forma può evolvere senza perdere dignità, quando se ne conosce la ragione.
Il problema nasce quando la forma viene ignorata. E oggi accade troppo spesso, anche ai livelli più alti del governo e del Parlamento. Ministri che arrivano in ritardo alle cerimonie solenni o le lasciano anzitempo per un’intervista. Cellulari consultati durante gli inni e le commemorazioni dei caduti. Aule parlamentari ridotte a set fotografico, tra cartelli, magliette, cori da stadio e insulti che un tempo sarebbero costati un severo richiamo della Presidenza. Annunci istituzionali affidati ai social prima che alle sedi proprie. Abiti da tempo libero quando si rappresenta la Nazione davanti a capi di Stato stranieri. E, soprattutto, la confusione costante tra ruolo di partito e ruolo di Stato: il ministro che in una cerimonia pubblica parla da capocorrente, il rappresentante delle istituzioni che commenta l’avversario come in un comizio. Non è questione di colore politico. La disinvoltura è trasversale e nessuno schieramento può dirsene immune.
Una condotta istituzionale disattesa produce conseguenze negative per il funzionamento delle istituzioni e del Paese. Chi irride la forma insegna ai cittadini che le regole sono un optional e che il potere appartiene a chi lo esercita più che a chi lo delega. Da medico conosco bene il valore del rito. In sala operatoria nulla è lasciato al caso: la sequenza dei gesti, il silenzio, il ruolo di ciascuno. Non per vanità, ma perché la forma è la prima garanzia della sostanza. Lo stesso vale per lo Stato. Una Repubblica che non rispetta le proprie liturgie finisce per non rispettare i propri cittadini. Così non si può continuare. Servirebbe forse un corso obbligatorio di galateo istituzionale per chiunque assuma una carica di governo e servirebbe soprattutto il ritorno dell’educazione civica nelle scuole. Poi più di tutto servirebbe l’esempio. Perché il cerimoniale non si impone con un decreto: si custodisce, ogni giorno, con il comportamento di chi ha l’onore di sedere nei Palazzi della Repubblica.





