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Serbia, gli studenti travolgono Vučić: svolta politica e partita geopolitica aperta

martedì, 27 Ottobre 2026
4 minuti di lettura

La Serbia volta pagina. Dopo oltre un decennio di dominio politico di Aleksandar Vučić, la Lista Studentesca conquista la maggioranza assoluta alle elezioni parlamentari anticipate del 25 ottobre. Il risultato di circa il 52,5% dei voti e 140 seggi su 250 consegna ai giovani una maggioranza autonoma, mentre la coalizione dell’ex presidente si ferma al 40,2%. L’affluenza, salita al 64,9%, conferma la portata di una mobilitazione che ha superato i confini della protesta generazionale.

Vučić ha riconosciuto la sconfitta e si era dimesso dalla presidenza a fine settembre per candidarsi premier: mossa calcolata, non resa. Il dato politico va oltre l’alternanza parlamentare: per la prima volta dopo anni, un movimento nato fuori dai circuiti tradizionali del potere trasforma il dissenso in una maggioranza di governo.

La svolta nasce dalle proteste seguite al crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad, che causò la morte di sedici persone. La tragedia divenne il simbolo di un sistema in cui opacità degli appalti, corruzione e responsabilità pubblica erano al centro del conflitto politico. Gli studenti organizzarono assemblee e plenum aperti, aggregando opposizioni, intellettuali e società civile, svolgendo la funzione che i partiti tradizionali non erano più in grado di esercitare.

Un campo di gioco non livellato

La vittoria si è consumata in un sistema ancora largamente condizionato dall’SNS. Giornali e televisioni fedeli al regime hanno accompagnato la campagna a sfavore della Lista. Le elezioni locali di marzo 2026 erano già state segnate da scontri tra i due schieramenti. L’esito è reale, ma nasce da un contesto in cui non era affatto scontato che la notte del 25 ottobre producesse un vincitore netto, né che il risultato venisse accettato senza contestazioni.

La Partita Europea

Il programma della Lista Studentesca si articola su undici punti, tutti concentrati sulle questioni interne: lotta alla corruzione, ripristino dello Stato di diritto, libertà dei media, sanità e istruzione. Il primo banco di prova sarà il rapporto con l’Unione europea. Belgrado è candidata all’adesione, ma il percorso è rimasto condizionato da riforme insufficienti, criticità istituzionali e ambiguità della leadership uscente. Una maggioranza nata dalla contestazione della corruzione potrebbe rilanciare i negoziati, rafforzare l’indipendenza della magistratura e rendere più trasparenti gli appalti pubblici.

I rappresentanti del movimento si sono inoltre dichiarati pronti a condurre con trasparenza i negoziati di normalizzazione con il Kosovo, tutelando i diritti umani e la sicurezza delle minoranze serbe nel nord. Questo, tuttavia, non significa aprire al riconoscimento dell’indipendenza kosovara, che rimane un tabù politico a Belgrado, trasversale agli schieramenti. La nuova leadership potrà dunque puntare a ridurre le tensioni e a rendere più pragmatico il dialogo con Pristina senza necessariamente modificare la posizione serba sullo status del Kosovo.

La vittoria, del resto, non equivale a un’automatica europeizzazione della Serbia. Sulla Russia, la Lista ha già chiarito la propria posizione: in un post di fine settembre ha dichiarato che Belgrado continuerà a rispettare la linea storica di non imporre sanzioni ad alcun Paese. La Serbia resta così l’unico candidato all’adesione europea a non essersi allineato ai pacchetti sanzionatori contro Mosca. Il messaggio è netto: il cambio di governo non implica necessariamente un cambio d’asse.

Le ragioni sono strutturali. Il caso NIS, la compagnia petrolifera serba nella quale Gazprom acquisì una partecipazione nel 2008, mostra la profondità dei legami energetici con la Russia. Le pressioni sanzionatorie statunitensi hanno imposto successive revisioni degli assetti proprietari, ma non hanno cancellato la dipendenza né la necessità di trovare alternative industriali e accordi di fornitura sostenibili. La presenza russa, inoltre, non si limita all’energia: comprende relazioni economiche, legami culturali e una memoria storica che continua a influenzare l’opinione pubblica serba, anche per l’opposizione di Mosca all’intervento della NATO e per il suo sostegno alle rivendicazioni di Belgrado sul Kosovo. Vučić aveva costruito proprio su queste interdipendenze una politica di equilibrio tra Bruxelles, Mosca e Pechino, ricavandone margini di manovra.

La nuova coalizione ha nel proprio orientamento politico una spinta verso l’Europa, ma dovrà misurarsi con vincoli che non possono essere rimossi per decreto. Bruxelles ha interesse a favorire le riforme e a consolidare la propria presenza in un Paese centrale per gli equilibri dei Balcani occidentali; Belgrado, dal canto suo, dovrà dimostrare che l’avvicinamento europeo può tradursi in risultati concreti senza produrre contraccolpi economici e sociali. La direzione del cambiamento è dunque aperta: la vittoria degli studenti modifica gli interlocutori e le priorità politiche, ma non cancella automaticamente le strutture che hanno sostenuto l’equilibrismo serbo.

Kosovo, Cina e la questione balcanica

Sul Kosovo, come abbiamo visto, il movimento ha scelto la linea dell’ambiguità costruttiva. Il riconoscimento formale dell’indipendenza di Pristina è un tabù costituzionale in Serbia, e pronunciarsi apertamente avrebbe spaccato la coalizione sociale che ha portato la Lista al trionfo. Gli studenti si sono però distanziati nettamente dalla retorica populista di Vučić, che strumentalizzava la questione per distogliere l’attenzione dagli scandali interni. In merito agli altri vicini regionali – Bosnia, Croazia, Montenegro – il movimento ha dichiarato il pieno rispetto della sovranità territoriale e dei confini stabiliti dagli Accordi di Dayton, promuovendo una cooperazione balcanica fondata sui valori democratici europei. Un segnale importante: togliendo la sponda al progetto nazionalista del “Mondo Serbo”, Belgrado riduce di fatto il sostegno ai leader secessionisti della Republika Srpska.

La stessa cautela si applica alla Cina, presente con investimenti industriali e infrastrutturali. Una maggiore trasparenza potrebbe ridimensionare le pratiche meno compatibili con gli standard europei, ma è improbabile una rottura: più verosimilmente Belgrado tenterà di mantenere i capitali cinesi modificandone le condizioni.

Il limite strutturale della vittoria

La Lista Studentesca è un organismo senza leadership unitaria, senza struttura di partito e senza un programma di governo organico. È stata questa orizzontalità a renderla credibile; sarà la stessa orizzontalità a metterla alla prova. Il cardiologo Ilija Srdanović, che guida la lista, dovrà trasformare un movimento assembleare in una macchina di governo capace di resistere agli interessi consolidati e alle pressioni di un apparato statale costruito in anni di cattura politica.

La Serbia non ha ancora scelto definitivamente tra le proprie direttrici geopolitiche. Ha cambiato il soggetto politico chiamato a decidere. Se la nuova leadership saprà tradurre il mandato elettorale in riforme verificabili, il voto potrà ridisegnare gli equilibri dei Balcani occidentali e restringere lo spazio della competizione tra Russia, Cina e Unione europea. In caso contrario, l’entusiasmo delle piazze si scontrerà con la continuità delle strutture di potere.

La caduta di Vučić segna la fine di una stagione. La fine dell’equilibrismo serbo resta ancora tutta da dimostrare, ma certamente il voto rappresenta un’opportunità per l’Europa e la stabilità della Regione.

Paolo Falconio

Paolo Falconio

Membro del Consejo Rector de Honor e conferenziere de la Sociedad de Estudios Internacionales (SEI)

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