Il tramonto della body positivity. La moda torna a celebrare la magrezza

Sulle passerelle e nelle vetrine dei negozi diminuiscono le opportunità per le modelle curvy e si restringe l’offerta di taglie inclusive. Dopo anni di campagne per l’accettazione del corpo l’industria sembra riscoprire l’amore per la silhouette sottile. E, quindi, la body positivity ha davvero cambiato il nostro ideale di bellezza o è stata soltanto una moda passeggera?
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La body positivity starebbe lentamente morendo e, purtroppo, i segnali sembrano esserci tutti. Dopo anni di campagne per l’accettazione del corpo, aperture inclusive e modelle curvy portate sotto i riflettori qualcosa sembra essersi inceppato. Quella che appariva una piccola rivoluzione culturale, capace di mettere in discussione il monopolio della magrezza, sta perdendo terreno proprio là dove sembrava aver conquistato più spazio ovvero nella moda, nella pubblicità e nei social. E viene da chiedersi se, più che cambiare davvero il nostro modo di concepire la bellezza, l’inclusività non sia stata anche una tendenza commerciale, destinata a perdere appeal non appena il mercato ha ricominciato a guardare altrove. E a suggerire che non si tratti soltanto di un’impressione sono i numeri.

Secondo l’ultimo rapporto di “Vogue Business”, pubblicato il 19 ottobre 2026 e relativo alle sfilate primavera-estate 2027, appena lo 0,5% dei 9.283 look presentati a New York, Londra, Milano e Parigi è stato indossato da modelle plus-size. Un lieve aumento rispetto allo 0,3% della stagione autunno-inverno 2026, che però non cambia il quadro generale. Il 97,5% dei look continua a essere affidato a modelle straight-size, appartenenti alle taglie più piccole, mentre quelle mid-size si fermano al 2%. In due anni la rappresentazione complessiva dei corpi mid-size e plus-size è quasi dimezzata. Nel frattempo tra celebrità e influencer torna a imporsi il fascino della silhouette sottile, mentre i farmaci della famiglia GLP-1, utilizzati anche per la perdita di peso, conquistano spazio nel dibattito pubblico e i cambiamenti fisici di molte personalità alimentano curiosità e speculazioni, non sempre verificabili. La magrezza, insomma, sembra tornare a dettare legge, mentre l’inclusività rischia di perdere terreno proprio quando smette di essere conveniente.

L’inclusività non entra in camerino

Il cambiamento non si vede soltanto sulle passerelle. Basta cercare un vestito per accorgersi che, quando si passa dalle dichiarazioni di principio ai capi da acquistare, l’inclusività sembra perdere terreno. A confermarlo è un’analisi della società di ricerca di mercato Edited, ripresa dal «The Guardian», che ha confrontato l’offerta online di abiti da donna di alcuni grandi retailer tra il 2025 e il 2026, prendendo in esame il mercato statunitense. Il caso di Mango è particolarmente significativo. La quota di nuovi abiti nelle taglie americane dalla 16 alla 20 è passata dal 6,6% allo 0,5% tra la primavera-estate 2025 e quella del 2026. Anche H&M ha ridotto la propria offerta. Nel 2025 le taglie 3XL e 4XL rappresentavano complessivamente il 2% dei nuovi abiti analizzati, mentre nel 2026 sono scomparse dal campione. Nello stesso periodo la quota di capi XXL è scesa dal 13,3% al 10,3%. Numeri che raccontano una tendenza difficile da ignorare, anche se riguardano una parte specifica dell’offerta online e non l’intero assortimento dei marchi. Le sezioni dedicate alle taglie più ampie possono continuare a esistere sui siti, ma questo non significa necessariamente trovare la stessa scelta nei negozi fisici. L’inclusività, insomma, può anche restare visibile online, ma è davanti a uno scaffale che se ne misura la reale portata. Eppure, nel 2021, Mango aveva presentato l’integrazione della linea Violeta nella collezione principale proprio come un passo avanti in questa direzione, annunciando il mantenimento di oltre 500 modelli fino alla taglia 54 e l’ampliamento della gamma ordinaria fino alla 46. Oggi, almeno per quanto riguarda i nuovi abiti analizzati, la direzione sembra essere cambiata.

Poi c’è il caso H&M, interpellato dal «The Guardian», che ha confermato di aver deciso di eliminare le taglie 3XL e 4XL dopo aver riscontrato una domanda inferiore per queste misure. Una spiegazione che pone una questione interessante ovvero quanto l’offerta si limiti a rispondere alle richieste delle consumatrici e quanto, invece, contribuisca a determinarle. Se un capo non viene prodotto o arriva nei negozi in quantità sempre più ridotte, acquistarlo diventa inevitabilmente più difficile. E una minore disponibilità rischia di tradursi in una minore domanda, alimentando un circolo vizioso. Il punto, quindi, non è soltanto quante taglie un marchio dichiari di offrire, ma quante ne renda effettivamente accessibili. Perché l’inclusività può essere una strategia di comunicazione, ma per chi entra in negozio con l’intenzione di comprare un vestito dovrebbe essere, prima di tutto, una possibilità concreta.

Modelle curvy verso la disoccupazione

Se servisse un’ulteriore prova che la body positivity sia ormai in ritirata o quantomeno che stia attraversando una crisi piuttosto seria, basterebbe guardare a chi di quei nuovi canoni aveva fatto una professione, perché se anche le modelle curvy faticano a trovare lavoro significa che qualcosa si è inceppato ben oltre le passerelle. In un’inchiesta pubblicata da «Le Monde» nel settembre 2025 la modella francese Sané Lou ha raccontato che i suoi guadagni nel settore sono diminuiti di dieci volte in cinque anni, tanto da spingerla a riprendere gli studi per cambiare professione. Anche Anna Shillinglaw, fondatrice dell’agenzia britannica Milk Model Management, ha denunciato al «The Guardian» la contrazione delle opportunità, raccontando di marchi che hanno ridotto da cinque a due giorni settimanali i servizi fotografici con modelle curvy. E c’è chi, pur di non restare fuori dai giochi, starebbe persino cercando di dimagrire per rientrare nella categoria mid-size, oggi più richiesta. Un fenomeno raccontato dal giornale, che trova riscontro anche nelle difficoltà denunciate dalle agenzie. Nell’ultimo rapporto di «Vogue Business» la stessa Shillinglaw ha stimato che il lavoro con modelle curvy della sua agenzia è diminuito del 40% negli ultimi anni.

Magrezza, mezza bellezza

La body positivity sta lentamente perdendo terreno perché, forse, non è mai riuscita a spodestare davvero la magrezza dal suo trono estetico. Per un decennio abbiamo parlato di inclusività, celebrato corpi non conformi e rivendicato il diritto di sentirsi belli a prescindere dalla taglia. Eppure, anche alcune icone e portavoce di quel movimento hanno successivamente perso peso. Questo non significa necessariamente aver tradito le proprie battaglie, né dimostra che il loro obiettivo fosse quello di diventare magre. Ma l’attenzione riservata a questi cambiamenti racconta quanto il peso continui a essere centrale nel modo in cui giudichiamo i corpi, soprattutto quelli femminili. La body positivity potrebbe aver cambiato il linguaggio dell’industria senza riuscire a modificare altrettanto profondamente il nostro immaginario estetico. È stata abbastanza efficace da diventare una strategia di marketing, ma forse non abbastanza radicale da scalfire un sistema in cui la magrezza continua a essere associata a bellezza, disciplina e successo. Ora che la moda sembra tornare a restringere i propri confini quella contraddizione appare ancora più evidente. Il corpo magro torna a essere il modello dominante, anche se non tutti sono disposti ad ammettere apertamente quanto continui a esercitare il proprio fascino.

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