L’attivismo ai tempi dei social. Performance o realtà?

I social sono diventati uno strumento centrale di partecipazione politica, soprattutto tra i giovani. Ma dove finisce la sensibilizzazione e dove inizia la ricerca di visibilità? Tra algoritmi, identità digitale e sfiducia nelle istituzioni il confine è sottile
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Sempre più spesso negli ultimi anni i feed dei vari social si sono riempiti di immagini, video e dibattiti su temi come diritti civili, ambiente, inclusione, parità di genere e questioni politiche. Se prima si scendeva in piazza a manifestare, oggi il primo passo per esprimere un’opinione e abbracciare la causa è diventato pubblicare una storia, un post o un reel.

Il problema di questo nuovo modo di sostenere determinate cause è, però, quello di finire in un limbo dove l’ambiguità regna sovrana a causa della natura performativa dei social. Altro non è che il concetto di attivismo performativo, un’espressione utilizzata per descrivere determinate forme di partecipazione a questioni sociali e politiche che, però, sembrano essere state compiute solo per un ritorno di visibilità individuale piuttosto che per sostenere davvero la causa.

I social e l’attivismo

L’avvento dei social network, infatti, ha cambiato inevitabilmente il modo in cui approcciamo ogni aspetto della nostra vita e della realtà che ci circonda. I profili social sono diventati una vetrina in cui esporsi e dalla quale gli altri vedono chi siamo, cosa facciamo e cosa amiamo o perlomeno una versione di noi, un personaggio che spesso si costruisce a tavolino secondo standard precisi per omologarsi agli altri, per appartenere a una comunità. L’attivismo performativo potrebbe manifestarsi quando si pubblica una grafica, si cambia l’immagine del profilo, si aderisce a una campagna online o si condivide una raccolta fondi, solo per citare alcuni esempi. Tuttavia, il fenomeno è più complesso di quello che sembra, poiché non si possono davvero conoscere le intenzioni di tutti gli utenti online e, soprattutto, anche se determinate prese di posizione possono apparire non autentiche, portano comunque visibilità al tema, sensibilizzano e favoriscono coinvolgimenti concreti successivi.

L’attivismo performativo è figlio dell’evoluzione di internet e dei social, perché questi ultimi premiano la visibilità, la rapidità e le interazioni. Di conseguenza il dibattito politico tenderà ad assumere le forme che più aggradano gli algoritmi. Più si diventa virali, più pubblico si raggiunge e maggiori sono le possibilità di portare quella causa di fronte a più persone. Sarebbe quindi troppo semplice e sbagliato considerare tutto bianco o nero, vero o falso. Le persone non sono necessariamente meno sincere, ma stanno piuttosto seguendo i dettami dei social per far sì che il tema per cui lottano sia giustamente riconosciuto.

Il lato scorretto dell’attivismo online

Il rovescio della medaglia emerge quando determinate performance vengono messe in atto solo per costruire un’immagine di sé che si discosta da quella della realtà. Poiché oggi i social sono la vetrina del nostro essere, nasce spontanea la preoccupazione di mostrarsi in un modo, di omologarsi solo per evidenziare che anche noi siamo in quel modo e pensiamo determinate cose, anche quando nella realtà magari l’opinione su certi temi è tutt’altra.

Senza dimenticare che i social, per molti giovani, sono diventati l’unico mezzo di comunicazione e partecipazione alla società. Postare una storia a sostegno di una minoranza o di un popolo vittima di crudeltà e soprusi non è altro che il loro modo per dire “Io esisto, io penso questo, io sono questo, io credo in questo”, anche perché molti giovani non si riconoscono nei partiti e in chi governa.

I giovani e la politica

Contrariamente a quanto si possa pensare, negli ultimi anni si sta registrando un interesse crescente dei giovani nei confronti di temi d’attualità, politici e sociali. Secondo alcune rilevazioni Eurostat del 2025, il 24,93% dei giovani europei tra i 16 e 29 anni ha partecipato a questioni politiche attraverso strumenti digitali, come i social network. In Italia la percentuale sale al 30.91%. Come precedentemente accennato, il problema riguarda soprattutto le istituzioni. Infatti, secondo un’indagine realizzata da AstraRicerche su oltre duemila giovani europei, solo il 40,5% degli intervistati ritiene che parlamento, Governo ed Enti locali tengano adeguatamente conto delle loro idee e valori. In Italia, il 46% degli intervistati prova sfiducia nelle istituzioni. La politica nelle sue forme tradizionali sembra, quindi, in parte essere stata abbandonata a favore di canali che danno spazio all’opinione di ognuno, canali grazie ai quali si raggiunge un pubblico che sappiamo essere il target di riferimento per ciò in cui crediamo.

In un’intervista per il Corriere della Sera lo scrittore, professore e attivista Fabrizio Acanfora dichiara, a proposito dell’attivismo performativo: “La performatività non è negativa in sé, ogni movimento ha una dimensione simbolica e discorsiva. Il problema nasce quando la performance sostituisce la pratica politica, l’identità pubblica diventa il centro del discorso e la trasformazione collettiva scompare. L’attivismo si svuota quando non produce cambiamenti materiali e strutturali, quando non costruisce strutture sociali”.

L’attivismo vive in una zona grigia dove impegno, comunicazione, identità e performance convivono. Forse, quindi, l’unico modo per distinguere l’attivismo “autentico” da quello performativo è guardare a ciò che viene dopo, ovvero se una causa si porta avanti anche dopo l’indignazione globale o se il suo percorso si ferma al giorno e all’ora in cui si pubblica un post. Senza dimenticare che la partecipazione politica è sempre stata influenzata da dinamiche di riconoscimento sociale, i social network ne hanno solo amplificato la visibilità.

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