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Istat. Deficit al 2%, ma il fisco pesa sulle famiglie: aumentano i consumi ma il potere d’acquisto scende

La pressione fiscale sale al 43,5% mentre il saldo primario resta positivo. La propensione sl risparmio cala al 6,7%. Imprese: arretrano i profitti, aumentano gli investimenti
martedì, 6 Ottobre 2026
2 minuti di lettura

Conti pubblici in lieve miglioramento nel secondo trimestre del 2026, ma per le famiglie il quadro si fa più difficile. Il deficit si riduce, il saldo primario resta positivo, mentre la pressione fiscale aumenta e il potere d’acquisto torna a scendere. È la fotografia che emerge dai dati diffusi ieri dall’Istat sui conti delle amministrazioni pubbliche, sul reddito e il risparmio delle famiglie e sui profitti delle società.

Tra aprile e giugno l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche è stato pari al 2% del Pil, contro il 2,1% dello stesso periodo del 2025. Il saldo primario, cioè il saldo calcolato al netto degli interessi passivi, è risultato positivo e pari al 3% del Pil, rispetto al 2,2% del secondo trimestre dello scorso anno.

Il miglioramento dei principali saldi pubblici si accompagna però a un aumento della pressione fiscale. Nel secondo trimestre ha raggiunto il 43,5%, mezzo punto percentuale in più rispetto allo stesso periodo del 2025.

Resta positivo anche il saldo corrente delle amministrazioni pubbliche, con un’incidenza sul Pil del 2,9%. Un anno prima era al 3,3%. Nel confronto tendenziale, dunque, l’indebitamento netto e il saldo primario mostrano un andamento migliore, mentre cresce il peso di imposte e contributi sull’economia.

Famiglie, i consumi corrono più del reddito

È soprattutto sul versante delle famiglie che arrivano i segnali meno favorevoli. Nel secondo trimestre il reddito disponibile è cresciuto dello 0,4% rispetto al trimestre precedente, ma la spesa per consumi finali è aumentata dell’1,7%. La distanza fra le due variazioni si riflette sulla quota di reddito che resta disponibile per il risparmio. La propensione al risparmio delle famiglie consumatrici si è fermata al 6,7%, con una flessione di 1,2 punti percentuali rispetto ai primi tre mesi dell’anno.

L’Istat riassume così la dinamica del trimestre: il reddito è aumentato meno dei consumi e questo scarto ha ridotto la capacità di accantonare risorse. Non si tratta dunque di una diminuzione nominale del reddito disponibile, che resta in crescita, ma di una dinamica dei consumi molto più sostenuta.

Potere d’acquisto in calo dello 0,9%

Il dato che pesa di più sulle famiglie è quello del potere d’acquisto. Tra aprile e giugno è diminuito dello 0,9% rispetto al trimestre precedente. A spiegare la flessione è il rapporto tra redditi e prezzi: a fronte di un aumento dello 0,4% del reddito disponibile, il deflatore implicito dei consumi è salito dell’1,4%. In termini reali, quindi, la crescita delle risorse non è stata sufficiente a compensare quella dei prezzi.

Il quadro del trimestre mette così insieme tre elementi: reddito disponibile in aumento, consumi in accelerazione e potere d’acquisto in diminuzione. A questi si aggiunge il calo della propensione al risparmio, che scende di oltre un punto percentuale.

Imprese, profitti in calo e investimenti in crescita

Per le società non finanziarie la quota di profitto si è attestata al 42,1%, con una riduzione di 0,2 punti percentuali rispetto al trimestre precedente. Secondo l’Istat, la flessione prosegue la dinamica già osservata nei primi tre mesi del 2026. Diverso l’andamento degli investimenti. Il relativo tasso ha raggiunto il 26,4%, con un aumento di 0,7 punti percentuali sul trimestre precedente e una prosecuzione della tendenza emersa nel primo trimestre.

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