Sabato 3 ottobre, a Madrid, centinaia di migliaia di persone hanno alzato in aria le chiavi di casa. Il giorno prima il Parlamento aveva bocciato i decreti sulla casa del governo Sánchez e in Puerta del Sol, dopo lo sfratto di un’anziana di 87 anni, era già sorto un accampamento. Gli organizzatori chiedono ora lo sciopero generale.
Negli stessi giorni, in Francia, la protesta nata nei licei è dilagata nelle università. L’Union étudiante parla di oltre trenta atenei bloccati e di seicentoquaranta licei coinvolti, mentre da Nantes a Strasburgo, da Marsiglia a Tolosa si registrano incendi, lanci di oggetti contro la polizia e scontri. Il governo ha già dovuto ritirare almeno una delle misure contestate, ma martedì 6 ottobre è attesa una nuova giornata nazionale, con i sindacati al fianco degli studenti. In Italia i giovani annunciano mobilitazioni per il 17 ottobre e il 20 novembre.
Non sono episodi isolati. Sono sintomi che compaiono in più punti dello stesso corpo e proprio questo li rende rilevanti: casa, istruzione, precarietà, costo della vita, costi di riarmo e militarizzazione sottratti a servizi sociali essenziali, paura della guerra. Da Madrid a Parigi a Napoli la domanda è una sola: quale posto c’è per noi? E non riguarda solo la Francia o la Spagna, l’Italia ed altre nazioni europee: il malessere attraversa il continente, dai Balcani alla Georgia, dalla Serbia alla Slovacchia, con motivazioni diverse ma con la stessa diffidenza verso chi governa. Quando la protesta diventa un fenomeno europeo, smette di essere cronaca e diventa una questione politica di prima grandezza.
È dunque un nuovo Sessantotto?
La suggestione è forte, e in parte fondata. Come allora, la scintilla parte dai giovani e dalle scuole; come allora cresce la sfiducia verso istituzioni percepite come lontane; come allora il corteo studentesco cerca l’alleanza con il mondo del lavoro, perché il Maggio francese diventò storia quando gli operai si unirono agli studenti. Anche il linguaggio della repressione e della risposta, purtroppo, ricorda quello di allora. Ma le differenze pesano di più delle somiglianze.
Il Sessantotto nacque nell’abbondanza: una generazione cresciuta nel boom economico, mai sfiorata dalla fame, chiedeva più libertà, più diritti, un altro modo di vivere. Era una rivolta di chi aveva tutto e pretendeva di più. Oggi accade il contrario. I ragazzi in piazza non vogliono rovesciare il mondo, vogliono poterci entrare: avere un tetto che non divori lo stipendio, un’università accessibile, un lavoro che non sia un’attesa infinita. Il simbolo scelto a Madrid è eloquente: la chiave non è un’utopia, è una porta. Quella del Sessantotto era una rivoluzione di desideri; questa è una rivendicazione di necessità.
Da medico conosco la febbre che è un sintomo non la malattia: dice che l’organismo reagisce a qualcosa. Le piazze in fiamme sono la febbre; l’infezione è il patto tra le generazioni che si è incrinato, perché chi oggi ha vent’anni vede i genitori aver avuto stabilità mentre la propria vita è ridotta a precarietà. Si può abbassare la temperatura con la forza, ma se non si cura la causa il rialzo è certo.
C’è poi un rischio che la storia insegna. Il Sessantotto lasciò conquiste civili durature, anche se in Italia generò per le derive più radicali, gli anni della violenza. Ogni auto incendiata, ogni vetrina distrutta regala argomenti a chi vuole liquidare la questione come ordine pubblico e non come questione sociale. La violenza è il miglior alleato di chi non vuole ascoltare.
L’Europa non brucia per davvero, non ancora: è però sotto stress e le piazze ne sono il termometro. Se questo sia l’inizio di un nuovo Sessantotto lo dirà la storia. Alla politica spetta un compito più urgente: rispondere prima che la febbre diventi ipertermia maligna. Una società che non sa ascoltare i propri giovani, prima o poi finisce per doverli ascoltarli necessariamente nelle strade. Mala tempora currunt.





