La guerra tra Stati Uniti e Iran entra in una fase di crescente pericolosità, nella quale il fronte militare si sovrappone ormai a quello energetico, marittimo e politico. Il conflitto non appare più confinabile al territorio iraniano: dal Libano allo Yemen, dal Golfo Persico a Israele, la crisi sta assumendo progressivamente le caratteristiche di una vera guerra regionale.
La contesa di Hormuz
Il punto più delicato resta lo Stretto di Hormuz. Formalmente il passaggio non è chiuso, ma il traffico commerciale è precipitato. La media degli ultimi dieci giorni si attesta intorno a 11-15 navi, dati Kpler, contro le 130-140 del periodo pre-guerra. La minaccia iraniana di colpire infrastrutture energetiche del Golfo e il rischio di ulteriori attacchi stanno inducendo le compagnie di navigazione a ridurre drasticamente i transiti.
È una distinzione fondamentale: Hormuz è aperto sul piano giuridico, ma sempre più chiuso sul piano economico. Ed è proprio questa situazione di incertezza a produrre gli effetti più pesanti sui mercati.
La corsa del petrolio
Il Brent è salito fino a 99,46 dollari al barile, mentre il WTI ha raggiunto 94,73 dollari, ai massimi degli ultimi mesi. La pressione è stata ulteriormente accentuata dagli attacchi degli Houthi contro infrastrutture energetiche saudite, che hanno provocato 73 feriti e interruzioni operative in alcuni impianti.
Il rischio, dunque, non riguarda soltanto il petrolio iraniano. Se la sicurezza delle infrastrutture energetiche del Golfo venisse compromessa, l’effetto sarebbe sistemico. Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Kuwait e Bahrein diventerebbero inevitabilmente parte del problema strategico, anche qualora non intendessero entrare direttamente nella guerra.
In questo quadro si inserisce la crescente pressione americana su Teheran. Dopo gli attacchi contro le forze statunitensi, Washington ha colpito petroliere iraniane, mentre Teheran minaccia ulteriori ritorsioni contro gli interessi energetici americani nella regione.
Lo spazio fragile della diplomazia
Ma accanto alla guerra continua a esistere uno spazio, seppur fragile, per la diplomazia. L’Oman mantiene un ruolo di mediazione nei colloqui sulla gestione del traffico attraverso Hormuz. È una delle poche vie ancora aperte per evitare che la crisi marittima degeneri in un confronto diretto e prolungato tra Iran e Stati Uniti.
Parallelamente, Israele è investito da una nuova tempesta politica. Un’inchiesta di Haaretz sostiene che il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed avrebbe avvertito Benjamin Netanyahu, dieci giorni prima del 7 ottobre 2023, dell’imminenza di una grande operazione di Hamas. Secondo il giornale, il premier israeliano non avrebbe trasmesso l’allarme ai vertici della sicurezza. Netanyahu ha respinto categoricamente la ricostruzione, definendola “menzogna assoluta”.
Netanyahu, polemiche sul 7 ottobre
La vicenda assume un peso particolare perché Israele si avvicina alle elezioni del 27 ottobre. Netanyahu sta cercando di ricompattare una destra profondamente divisa, mentre i sondaggi indicano una perdita di consenso per il Likud e l’emergere dell’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot come uno dei principali avversari.
Il caso Haaretz rischia quindi di trasformarsi da controversia giornalistica in questione istituzionale.
La guerra in Libano
Intanto Israele combatte contemporaneamente a Gaza, in Libano e nel confronto più ampio con l’Iran. Sul fronte libanese, l’IDF ha recentemente dichiarato di avere eliminato la presenza di Hezbollah dai tunnel sotto la strategica altura di Ali al-Taher, confermando che il fronte settentrionale rimane attivo.
Il quadro complessivo è dunque quello di una crisi che sta progressivamente perdendo i propri confini. La guerra non si combatte più soltanto con missili e aerei: si combatte attraverso le rotte commerciali, il petrolio, le infrastrutture energetiche, le alleanze regionali e la stabilità politica degli Stati coinvolti.
Ed è proprio questa multidimensionalità a rendere la fase attuale particolarmente pericolosa. Se Hormuz continuerà a svuotarsi, se gli attacchi alle infrastrutture energetiche aumenteranno e se la diplomazia omanita fallirà, il conflitto potrebbe entrare in una nuova fase: quella nella quale la guerra tra Stati Uniti e Iran diventerebbe definitivamente e di fatto, una crisi dell’intero sistema strategico del Golfo.





