Il dibattito sulla prossima Legge di Bilancio si arricchisce di una proposta di fondamentale importanza strutturale per la finanza pubblica e il mercato del lavoro. Il Governo sta infatti valutando un intervento mirato a ridurre il carico fiscale sulla tredicesima mensilità dei dipendenti pubblici.
Non si tratta dell’ennesimo bonus una tantum o di un provvedimento assistenziale, bensì di una misura d’impronta liberale destinata a correggere un’evidente anomalia del nostro sistema tributario e a restituire risorse preziose alle famiglie nel periodo dell’anno in cui la propensione al consumo è più elevata. Attualmente, il meccanismo di applicazione delle detrazioni Irpef penalizza la mensilità aggiuntiva.
Mentre le dodici retribuzioni ordinarie godono dell’alleggerimento fiscale previsto per il lavoro dipendente, la tredicesima ne rimane esclusa. A parità di lordo, il netto percepito a dicembre risulta proporzionalmente inferiore rispetto a quello dei mesi precedenti.
L’esecutivo punta a sanare questo squilibrio attraverso due opzioni tecniche: l’introduzione di un’imposta sostitutiva con aliquota agevolata al 15%, analoga a quella applicata sui premi di produttività, oppure la previsione di una franchigia esentasse riservata ai redditi fino a 28.000 o 35.000 euro. Per il lavoratore il beneficio si tradurrebbe in un incremento netto compreso tra i 100 e i 250 euro. Questo maggior potere d’acquisto, concentrato nel mese di dicembre, rappresenta una leva strategica per stimolare la domanda interna senza alterare la rigidità della spesa contrattuale.
Per le amministrazioni pubbliche, infatti, il costo del personale rimarrebbe invariato: lo Stato agirebbe esclusivamente in qualità di sostituto d’imposta applicando una trattenuta ridotta, lasciando intatti i contributi previdenziali a garanzia della tenuta complessiva del sistema pensionistico e dell’Inps.
Dal punto di vista della finanza pubblica, la sostenibilità della misura costituisce il nodo centrale del confronto tecnico. La Ragioneria Generale dello Stato ha stimato che una detassazione totale della tredicesima per l’intera platea dei lavoratori dipendenti richiederebbe tra i 3 e i 5 miliardi di euro.
Una cifra rilevante, che deve trovare adeguato coordinamento con gli altri interventi d’indirizzo liberale all’esame del Ministero dell’Economia, prima tra tutti la rimodulazione del secondo scaglio Irpef dal 35% al 33% con l’estensione del tetto fino a 60.000 euro di reddito annuo. Per coniugare il rigore di bilancio imposto dal nuovo patto di stabilità europeo con la doverosa riduzione della pressione fiscale, la via della responsabilità finanziaria impone selezioni rigorose.
L’adozione dell’aliquota sostitutiva al 15%, unita all’introduzione di un tetto reddituale, permetterebbe di contenere l’impatto sul gettito entro una forbice stimata tra 1,5 e 2 miliardi di euro. In questo modo si eviterebbero dispersioni di risorse verso le fasce retributive più elevate, concentrando il beneficio sui redditi medi e bassi che soffrono maggiormente l’erosione dell’inflazione.
In una prospettiva di crescita e modernizzazione della Pubblica Amministrazione, ridurre il prelievo fiscale sul lavoro significa valorizzare il capitale umano dello Stato senza appesantire la macchina burocratica.
Lasciare più denaro nelle tasche di chi produce ricchezza e dei servitori dello Stato è la premessa indispensabile per sostenere la fiducia di cittadini e imprese. Se accompagnata da un’attenta revisione della spesa pubblica, la detassazione della tredicesima rappresenta un primo passo coerente verso una riforma fiscale d’ispirazione liberale, capace di coniugare l’equità con lo sviluppo economico dell’intero Paese.





