La “guerra economica” annunciata da Donald Trump contro l’Iran comincia già a produrre effetti sui mercati, mentre resta alta la tensione nello Stretto di Hormuz.
Il Brent è salito oltre i 94 dollari al barile e il Wti ha superato gli 87 dollari, ai massimi del mese, dopo che il presidente americano ha promesso “la più schiacciante operazione economica mai intrapresa contro un Paese” e pesanti conseguenze anche per chi continuerà a commerciare con Teheran.
La nuova strategia punta soprattutto a rendere più difficile l’aggiramento delle sanzioni attraverso società di comodo, trasferimenti di denaro, registri navali, intermediari finanziari e compratori del petrolio iraniano.
Nel mirino potrebbero finire in particolare soggetti cinesi: Pechino resta il principale sbocco commerciale per il greggio della Repubblica islamica e un’applicazione aggressiva delle sanzioni secondarie rischierebbe di aprire un nuovo fronte tra Washington e la Cina. Tra le opzioni già considerate dall’amministrazione americana figurano misure contro le raffinerie indipendenti cinesi e un ulteriore irrigidimento delle restrizioni bancarie.
Teheran replica
Teheran continua però a respingere le minacce. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha definito il “D-Day economico” una politica destinata al fallimento e accusato Washington di “terrorismo economico”, sostenendo che la Casa Bianca tenti così di distogliere l’attenzione dai problemi interni degli Stati Uniti. Secondo Araghchi, insistere sulla pressione porterà soltanto “ulteriori sconfitte” e accrescerà l’ostilità degli iraniani verso Washington.
Hormuz, traffico ai minimi
A complicare il quadro resta lo Stretto di Hormuz. I dati di Kpler citati da Reuters indicano che mercoledì sono transitate soltanto nove navi commerciali, lo stesso numero del giorno precedente: un livello molto inferiore alla normalità, nonostante Trump sostenga che la rotta sia “aperta”. Teheran continua invece a considerarla chiusa. I dati potrebbero tuttavia sottostimare i passaggi, perché alcune imbarcazioni navigano con i transponder spenti.
È in questo contesto che si inserisce l’operazione segreta rivelata da Axios: le forze statunitensi avrebbero creato nelle ultime settimane un corridoio protetto lungo il settore meridionale dello Stretto, vicino all’Oman, facendo transitare ogni notte tra 15 e 20 petroliere. Washington sostiene che il dispositivo consenta di movimentare circa 10 milioni di barili al giorno e sia stato reso possibile dalla distruzione o degradazione di parte dei sistemi radar e di sorveglianza iraniani.
La pressione resta anche militare. I Pasdaran hanno avvertito che in caso di una nuova guerra ricorrerebbero ad “armi più distruttive”. La combinazione tra minacce militari, stretta economica e riduzione dei traffici marittimi sta così trasformando Hormuz nel principale punto di pressione della crisi, con conseguenze che ormai si riflettono direttamente sui prezzi globali dell’energia.





