A metà maggio, mentre gli Stati Uniti tentavano di negoziare la fine della guerra con l’Iran, i funzionari della Casa Bianca si sono scontrati con un ostacolo cruciale: non erano certi che gli interlocutori seduti al tavolo parlassero davvero a nome del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), l’apparato militare che, dopo l’assassinio della Guida Suprema Ali Khamenei, aveva assunto un controllo senza precedenti sulle leve del potere. Secondo tre fonti con conoscenza diretta dei fatti, l’amministrazione Trump decise allora di aggirare i negoziatori ufficiali e aprire un canale informale con la leadership dell’IRGC. La figura scelta per questa missione delicatissima fu Nechirvan Barzani, presidente del Kurdistan iracheno, uomo che godeva di un raro privilegio: la fiducia simultanea di Washington e Teheran.
Barzani, che negli anni Ottanta aveva vissuto in Iran e studiato a Teheran, parlava fluentemente il farsi e manteneva rapporti personali con i vertici dell’IRGC. Intorno al 10 maggio, la direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard telefonò a Barzani con l’approvazione di Trump e del vicepresidente Vance. La Casa Bianca voleva sapere se il comandante dell’IRGC, Ahmad Vahidi, fosse allineato con quanto stavano negoziando il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, o se l’IRGC avesse richieste diverse. Gli iraniani accettarono il contatto.
Il 14 maggio, un ufficiale delle Guardie Rivoluzionarie si presentò nell’ufficio di Barzani a Erbil con un telefono criptato. Durante la chiamata sicura, Vahidi confermò: “Li sostengo pienamente. Preferiamo risolvere questa crisi attraverso i negoziati”. Barzani informò Gabbard, che a sua volta aggiornò la Casa Bianca. Gli Stati Uniti proposero allora un passo successivo: colloqui segreti a Erbil tra alti negoziatori americani e iraniani. Ma Teheran frenò.





