L’ex premier cinese Zhu Rongji, scomparso mercoledì all’età di 97 anni, è ricordato come uno dei leader più schietti e riformisti della Cina moderna. Quando nel 2011 uscì la raccolta dei suoi discorsi in quattro volumi, i lettori rimasero colpiti dal linguaggio diretto: argini “fatti di tofu”, funzionari “parassiti”, banchieri “mezzi imbecilli”.
In un Paese abituato a toni prudenti, Zhu parlava come un tecnico che non temeva di scuotere il sistema. I suoi interventi, scritti tra il 1991 e il 2003 — prima da vicepremier, poi da premier — divennero un successo editoriale e un punto di riferimento per intellettuali e riformisti. Molti vi lessero un messaggio implicito per la Cina che si preparava alla transizione verso l’era di Xi Jinping: un invito a non cedere al conformismo e a non dimenticare il coraggio delle riforme. Zhu, laureato alla Tsinghua University e membro del Partito Comunista dal 1949, aveva attraversato la Rivoluzione Culturale come tecnico esiliato nelle campagne. Riabilitato negli anni ’80, divenne sindaco di Shanghai nel 1987, guidando la trasformazione della città in un centro finanziario globale. Trasferitosi a Pechino nel 1991, fu tra gli artefici della svolta economica che portò la Cina fuori dall’isolamento post‑sovietico e verso la crescita a due cifre.
Da premier, Zhu affrontò il surriscaldamento economico dei primi anni ’90 e avviò riforme radicali: chiusura e privatizzazione di aziende statali, riduzione del potere fiscale locale, liberalizzazione del mercato immobiliare. Misure dolorose ma decisive per modernizzare il Paese. Il suo capolavoro politico fu l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 2002, dopo negoziati estenuanti. Per l’ex direttore del Quotidiano del Popolo, Zhou Ruijin, Zhu rappresentò “l’era del coraggio e delle grandi riforme”.


