La guerra contro l’Iran entra nel sesto mese con costi umani, economici e politici crescenti. Secondo stime citate dal New York Times, almeno 1.700 civili iraniani sono stati uccisi; Teheran riferisce inoltre la morte di oltre 350 dipendenti pubblici, tra tecnici, medici e infermieri colpiti mentre erano al lavoro. Il Pentagono avrebbe già speso 37,5 miliardi di dollari. Negli Stati Uniti solo un cittadino su tre sostiene il conflitto e il 69% ritiene che Trump non ne abbia chiarito gli obiettivi. In questo contesto Benjamin Netanyahu ha incontrato Donald Trump alla Casa Bianca per chiedere che Washington resti direttamente coinvolta nella guerra, come lo stesso presidente americano aveva anticipato.
La posizione del premier israeliano si scontra però con la volontà della Casa Bianca di raggiungere rapidamente un accordo con Teheran e limitare i costi del conflitto. Trump ha sospeso gli ultimi bombardamenti e riaperto i contatti diplomatici, concedendo ai negoziati “un po’ di spazio”, ma ha minacciato una nuova offensiva in caso di fallimento. Nell’amministrazione cresce intanto la frustrazione per lo stallo e per il rischio di un impegno militare senza una chiara conclusione.
Iran, Libano, Siria
Nel colloquio, i due leader hanno affrontato innanzitutto il programma nucleare iraniano e le condizioni per una possibile riduzione delle operazioni militari. Sul tavolo anche i negoziati con il Libano, la presenza delle truppe israeliane in Gaza e Siria e il tentativo di ampliare gli Accordi di Abramo, in particolare all’Arabia Saudita. “Abbiamo qualche piccola differenza, ma siamo piuttosto vicini”, aveva dichiarato Trump alla vigilia, riconoscendo tuttavia divergenze sulla conduzione della guerra e sulla strategia da seguire nei confronti di Teheran.
Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha intanto rivelato che i caccia americani hanno utilizzato basi israeliane durante i bombardamenti contro l’Iran. “Se Israele verrà attaccato, risponderemo con tutta la nostra forza”, ha avvertito. Negli ultimi due giorni l’esercito israeliano ha inoltre intercettato tre droni nei pressi del confine con la Giordania, senza indicarne con certezza la provenienza.
Trump, colloqui e minacce
È proprio su questo equilibrio tra pressione militare e ricerca di una via d’uscita negoziale che si concentra ora la strategia di Trump nei confronti di Teheran. Il presidente Usa apre a un accordo con l’Iran, ma accompagna l’offerta con nuove minacce militari. “Questo è un buon momento per fare un accordo”, ha dichiarato il presidente americano in un’intervista a Fox News, avvertendo che, in caso di fallimento dei negoziati, gli Stati Uniti “finiranno il lavoro”. “In due ore non avranno più ponti e in 24 ore non avranno più centrali. Mi piacerebbe evitare di colpire ponti e centrali”, ha aggiunto. Trump è tornato a minacciare anche Pickaxe Mountain, sito strategico iraniano di cui Washington segue le attività: “So esattamente cosa sta succedendo lì. La distruggeremo in caso di mancato accordo”.
Il presidente sostiene che Teheran abbia sostanzialmente accettato di rinunciare all’arma nucleare e rivendica il controllo americano della principale via energetica del Golfo: “L’Iran non controlla lo Stretto di Hormuz, lo controlliamo noi”. Teheran contesta però la ricostruzione americana dei negoziati. Il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei ha negato che l’Iran abbia chiesto la sospensione dei raid in cambio della ripresa del dialogo, precisando che i contatti con Washington continueranno soltanto attraverso intermediari. Qatar e Pakistan stanno tentando di ripristinare il cessate il fuoco del 17 giugno, mentre l’accesso ai beni iraniani congelati e l’allentamento delle sanzioni restano tra le principali richieste della Repubblica islamica.
La proposta dell’Oman
L’Oman ha intanto presentato a Teheran un piano per affidare la gestione dello Stretto di Hormuz a un meccanismo regionale congiunto. La proposta, sostenuta da altri Paesi del Golfo, escluderebbe il controllo esclusivo iraniano e introdurrebbe contributi volontari da parte delle navi in transito, destinati alla sicurezza della navigazione, alla protezione ambientale e alle operazioni di soccorso. Il modello è quello dello Stretto di Malacca. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha discusso la sicurezza della rotta marittima con gli omologhi saudita Faisal bin Farhan e omanita Badr al-Busaidi.
I colloqui sono avvenuti dopo che Riad ha annunciato l’abbattimento di droni appartenenti a gruppi filoiraniani attivi in Iraq. Sul versante italiano, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha riferito che Roma monitora “ogni ora” la situazione a Bab el-Mandeb e mantiene contatti “con tutti, compresi gli Houthi”. Le unità italiane dell’operazione Aspides restano nell’area per proteggere il traffico mercantile, ma, ha avvertito Crosetto, un coinvolgimento diretto delle navi militari nei combattimenti imporrebbe di “rivedere tutto”.





