Quando si parla degli Houthi, il pensiero corre facilmente a guerriglieri con l’infradito. È un’immagine fuorviante, e sottovalutarli sarebbe un errore grave.
Dietro una struttura apparentemente rudimentale esiste un attore politico-militare con capacità di combattimento, controllo territoriale e, soprattutto, una visione strategica di lungo periodo che pochi sembrano disposti a riconoscere.
La natura del movimento
Gli Houthi non sono una milizia caotica né un semplice proxy iraniano. L’Iran fornisce sostegno militare e tecnologico, ma il movimento possiede una propria agenda, radicata in rivendicazioni identitarie, tribali e politiche che affondano le radici in decenni di rapporti conflittuali con Riyadh. Dal Trattato di Ta’if del 1934 fino all’intervento saudita nella transizione yemenita del 2011-2012, il rapporto tra Arabia Saudita e Yemen è una lunga competizione per la sicurezza e l’influenza regionale. È questa autonomia strategica a rendere gli Houthi un attore geopolitico da considerare separatamente da Teheran.
Gli Houthi non sono semplicemente il gruppo originario del nord dello Yemen da cui prendono il nome. Nel corso degli anni il movimento ha costruito una rete di alleanze e incorporato interessi tribali e politici differenti. È anche per questo che il confronto con loro non può essere ridotto alla contrapposizione tra Riyadh e una milizia sostenuta da Teheran.
Ma il punto decisivo è un altro.
Il punto di rottura del Regno
Gli Houthi non hanno bisogno di sconfiggere militarmente l’Arabia Saudita. Hanno identificato qualcosa di più sottile e più destabilizzante: il punto di rottura sistemica del Regno. Non militare, non economico in senso stretto.
Ma politico-dinastico.
La monarchia saudita fonda la propria legittimità sulla capacità di garantire ai sudditi sicurezza, prosperità e continuità. Quella promessa implicita è il vero pilastro del potere della famiglia Saud. E proprio lì gli Houthi stanno colpendo.
La logica è quella della guerra asimmetrica nella sua forma più sofisticata: non attaccare l’avversario dove è più forte, ma dove il costo della vulnerabilità è politicamente insostenibile. L’Arabia Saudita concentra la propria ricchezza in infrastrutture energetiche, portuali e logistiche che, per quanto protette, rimangono esposte. Non è necessario distruggerle: è sufficiente dimostrare periodicamente di poterle colpire. Ogni attacco riuscito erode la percezione di invulnerabilità della monarchia, allarga la distanza tra le enormi risorse investite nella difesa e la sicurezza effettivamente garantita, e trasforma un problema militare in un problema politico.
Se quella distanza diventasse insostenibile agli occhi della popolazione saudita, la pressione si sposterebbe inevitabilmente sul nucleo del potere: la famiglia Saud.
È qui che si rivela la vera sofisticazione della strategia degli Houthi. Non puntano alla conquista geografica del Regno. Puntano all’erosione progressiva della sua legittimità interna. E lo fanno con una pazienza generazionale, radicata in una cultura tribale e religiosa con memoria storica lunghissima, che gli permette di giocare su un orizzonte temporale che i loro avversari faticano anche solo a immaginare.
Qui non si vuole sostenere che la strategia sia pagante cadendo in un determinismo che è fuori contesto soprattutto nel Medio Oriente. Sono molti i fattori di resilienza. In primis gli Houthi sono sciiti zayditi e il governo di Riyadh propaganda lo scontro come un’aggressione sciita. E tuttavia è anche vero che abbiamo un’Arabia Saudita talmente in difficoltà da dover chiedere protezione ad Israele, cosa che per un arabo musulmano è semplicemente inconcepibile.
La famiglia Saud dispone inoltre di risorse enormi, strumenti repressivi e una rete internazionale di alleanze. Quindi nulla è scontato. Ma ignorare che esista una strategia e la sofisticazione di quest’ultima soltanto perché non riusciamo a vedere oltre il guerriero in ciabatte, sarebbe il primo, e forse più costoso, errore da commettere.
Questa ipotesi è meno peregrina di quanto si possa pensare e sono molti nei vertici militari a vederne distintamente i contorni.
La strategia houthi non è solo sofisticata sulla carta: dispone degli strumenti concreti per perseguirla. La capacità di interdire le esportazioni di idrocarburi sauditi, combinata con la resistenza dimostrata a due mesi di bombardamenti americani e con una geografia montagnosa che scoraggia qualsiasi ipotesi di intervento di terra, trasforma il logoramento in una strategia non solo intelligente, ma operativamente credibile.
A questo si aggiunge un paradosso che i loro avversari faticano ad accettare: la guerra non indebolisce la coesione interna del movimento, la alimenta.
Se la famiglia Saud venisse travolta, l’entità Arabia Saudita potrebbe non esistere più, o avere caratteristiche radicalmente diverse. Gli Houthi potrebbero aver compreso che la vera battaglia non si combatte sul terreno, ma sulla tenuta interna del Regno saudita. Continuare a sottovalutarne la sofisticazione politica e la visione di lungo termine significherebbe esporsi a un errore geopolitico che avrebbe conseguenze sistemiche per tutto il Medio Oriente.





