Le autorità irachene hanno sequestrato oltre 374 chilogrammi d’oro e decine di milioni di dollari in contanti in una vasta operazione anticorruzione che ha portato all’arresto di almeno 21 persone, tra cui funzionari governativi e diversi ex e attuali membri del parlamento. L’inchiesta ruota attorno all’ex viceministro del Petrolio Adnan Al‑Jumaili, arrestato a maggio e sospettato di aver orchestrato un sistema di tangenti e appropriazioni indebite nel settore energetico.
Il primo ministro Ali Al‑Zaidi, insediatosi a maggio, ha promesso una lotta senza compromessi alla corruzione, ma un funzionario governativo — che ha chiesto l’anonimato — ha avvertito che la missione sarà complessa. Secondo il governo, il valore totale dei fondi sequestrati nel caso Al‑Jumaili supera i 96 milioni di dollari, cui si aggiungono altri 24 milioni in beni immobili, veicoli e oro. Parte dell’oro è già stato restituito alla banca centrale. In un’operazione parallela, la scorsa settimana sono stati rinvenuti 10,6 milioni di dollari in dinari iracheni nascosti in un pozzo di drenaggio dell’acqua piovana del Ministero del Petrolio.
Il portavoce governativo Haider al‑Aboudi ha dichiarato ad Al Jazeera che l’Iraq ha preparato documenti legali per l’estradizione di centinaia di sospetti residenti all’estero, segnalando un ampliamento della campagna anticorruzione oltre i confini nazionali. Parallelamente, Al‑Zaidi ha incontrato il presidente Donald Trump nello Studio Ovale per discutere investimenti americani nelle infrastrutture irachene e il piano di Baghdad per disarmare le milizie sostenute dall’Iran entro il 21 settembre, oltre al ritiro completo delle forze statunitensi entro il 30 settembre. Trump, rispondendo a una domanda sul suo messaggio agli iracheni, ha dichiarato: “Amiamo l’Iraq”. Diverse milizie filo‑iraniane hanno già respinto gli appelli a deporre le armi e sono accusate di attacchi contro missioni diplomatiche e infrastrutture energetiche nella regione.





