Ieri, proprio alla vigilia del 4 luglio, mentre gli Stati Uniti si preparano a celebrare i 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza, Leone XIV ha ricevuto la Liberty Medal e ha parlato all’America da Papa, ma anche da “figlio di questa grande nazione”.
Il riconoscimento del National Constitution Center di Philadelphia è diventato così l’occasione per un discorso che non si è limitato alla memoria. Il Pontefice ha riletto la storia americana a partire dai suoi principi fondativi e li consegna al presente come una responsabilità: vita, libertà, ricerca della felicità, pace, dignità di ogni persona. Riferimento alla politica di certo divisiva del Presidente a stelle e strisce Donald Trump? Può essere.
Di certo Prevost guarda agli Stati Uniti come a un Paese nato da uomini e donne che sognavano la libertà e una vita migliore per sé e per i propri figli. Ma il cuore del messaggio è rivolto al futuro e per questo il Santo Padre ha chiesto che gli ideali iscritti nella Dichiarazione d’Indipendenza continuino a orientare la nazione “in unità, giustizia e pace”. Non è un omaggio formale alla ricorrenza. È un invito a misurare l’America di oggi con le parole che l’hanno fondata.
Il passaggio più politico riguarda l’immigrazione. Per il Vescovo di Roma la storia degli Stati Uniti non può essere separata dalle generazioni di uomini e donne arrivate da altri Paesi.
Per due secoli e mezzo, ha tenuto a precisare, l’America ha aperto le sue porte a ondate successive di immigrati, permettendo a loro e ai loro figli di contribuire alla costruzione del Paese. È anche attraverso quelle vite che gli Stati Uniti sono diventati sinonimo di libertà per tanti popoli. In un tempo in cui il tema migratorio divide la politica americana e occidentale, Sua Santità ha riportato la questione dentro l’identità stessa della nazione.
Cammino non facile
Il Papa non ha idealizzato però la storia americana. Ha riconosciuto che il cammino verso una società capace di realizzare libertà e giustizia per tutti “non è stato sempre facile” e resta ancora “un’opera in corso”. È qui che il 250esimo anniversario assume il valore di una verifica. Ogni generazione, secondo Leone XIV, deve tornare a interrogarsi sui principi ricevuti e decidere se custodirli o lasciarli scivolare nella retorica delle celebrazioni.
Il primo di questi principi è il diritto alla vita. Senza vita, ha detto il Pontefice, non esistono né libertà né ricerca della felicità. La forza di una nazione si vede dal valore che attribuisce a ogni esistenza, “dal concepimento alla morte naturale”, soprattutto quando si tratta dei più fragili e di coloro la cui dignità viene messa in discussione.
La difesa della vita, nel discorso di Leone XIV, non appartiene a una sola battaglia culturale. È il criterio con cui una comunità politica rivela la propria idea di uomo.
Poi viene la libertà. Non quella intesa come arbitrio individuale, ma la libertà che nasce dalla capacità di cercare la verità e aderire al bene. In questo quadro Prevost ha richiamato la tradizione americana della libertà religiosa, sancita dal Primo Emendamento. È lo spazio nel quale la coscienza può formarsi senza paura, la fede può essere professata anche pubblicamente e le diverse comunità religiose possono contribuire al bene comune.
Terreno comune
Il Santo Padre ha auspicato poi un dibattito segnato da moderazione, rispetto e ricerca di un terreno comune. Parole che pesano in un Paese attraversato da divisioni profonde e da una campagna politica permanente. La libertà, secondo il Vescovo di Roma, non regge senza un popolo capace di riconoscersi in qualcosa che supera gli interessi del momento. Per questo nel finale del suo messaggio è tornato il motto “E pluribus unum”: da molti, uno. L’unità americana non nasce dall’uniformità, ma dalla condivisione di principi che non si consumano con il passare del tempo. Dignità umana, uguaglianza e diritti inalienabili restano, per Leone XIV, la grammatica di una nazione che vuole restare fedele a sé stessa.
Accogliendo la Liberty Medal, il Pontefice ha pregato perché l’anniversario dei 250 anni diventi l’occasione per un nuovo impegno verso gli ideali che hanno reso l’America un Paese capace di pace, prosperità, generosità e responsabilità. Poi ha affidato il futuro degli Stati Uniti a Dio, “fonte della vera libertà e della pace duratura”, e ha chiuso con la formula che appartiene alla liturgia civile americana: “May God bless America!”.





