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Cassazione, stop alle “allucinazioni” dell’IA: l’avvocato resta responsabile degli atti e delle sentenze inventate

lunedì, 29 Giugno 2026
2 minuti di lettura

L’intelligenza artificiale sta cambiando profondamente il modo di lavorare degli studi legali. Ricerca giurisprudenziale, sintesi normativa, bozze di ricorsi e memorie possono oggi essere elaborate in pochi minuti grazie ai sistemi generativi.

Un’evoluzione destinata a incidere sull’organizzazione della professione forense, ma che non modifica un principio fondamentale dell’ordinamento: la responsabilità dell’atto processuale continua a gravare interamente sul professionista che lo sottoscrive. È questo il messaggio contenuto nella sentenza n. 23006 della Terza Sezione penale della Corte di Cassazione, destinata a diventare un punto di riferimento nel rapporto tra innovazione tecnologica e responsabilità professionale.

La Suprema Corte affronta infatti, per la prima volta in modo esplicito, il problema delle cosiddette “allucinazioni” dell’intelligenza artificiale, ossia la produzione di sentenze, riferimenti normativi o precedenti giurisprudenziali apparentemente credibili ma in realtà inesistenti. La decisione arriva in una fase in cui l’utilizzo dell’IA negli studi professionali è sempre più diffuso.

Gli strumenti generativi consentono di velocizzare molte attività ripetitive e possono rappresentare un valido supporto nella preparazione degli atti. Tuttavia, proprio perché questi sistemi possono elaborare informazioni errate con estrema naturalezza, cresce parallelamente il dovere di verifica da parte del professionista. Secondo la Cassazione, richiamare nel ricorso decisioni mai pronunciate non costituisce una semplice imprecisione materiale. Un simile comportamento rivela invece una particolare negligenza, poiché dimostra l’assenza di un controllo effettivo sulle fonti utilizzate.

L’eventuale impiego dell’intelligenza artificiale non attenua quindi la responsabilità dell’avvocato, ma rende ancora più evidente l’obbligo di verificare ogni riferimento prima del deposito dell’atto.

Il principio ha un’importanza che va ben oltre il caso concreto. Nel processo, infatti, il giudice e le altre parti devono poter confidare nell’affidabilità delle fonti richiamate negli scritti difensivi. Citare precedenti inesistenti significa costringere la Corte a verifiche inutili, rallentando il procedimento e compromettendo il regolare svolgimento del contraddittorio. L’efficienza della giustizia dipende anche dalla correttezza tecnica degli atti processuali, che rappresentano il presupposto di un confronto leale tra le parti.

La Suprema Corte evidenzia inoltre un aspetto particolarmente significativo sotto il profilo della responsabilità professionale. L’inserimento di fonti inventate non è assimilabile alla semplice debolezza delle argomentazioni giuridiche o alla genericità dei motivi di ricorso. In questo caso il difensore introduce nel processo elementi privi di qualsiasi esistenza giuridica, alterando il corretto funzionamento dell’attività giudiziaria. Proprio per questo la Cassazione ritiene giustificato un aggravamento della sanzione pecuniaria prevista a favore della Cassa delle ammende.

La pronuncia assume anche un valore sistematico. Negli ultimi anni numerosi ordinamenti hanno registrato casi analoghi, nei quali professionisti hanno depositato atti contenenti sentenze completamente inventate da software di intelligenza artificiale, subendo successivamente conseguenze disciplinari e processuali. L’orientamento italiano si inserisce in questa tendenza internazionale, ma contribuisce a definire con chiarezza il perimetro della diligenza richiesta ai professionisti.

Il messaggio che emerge dalla sentenza è equilibrato e coerente con l’evoluzione tecnologica. L’intelligenza artificiale non viene demonizzata né esclusa dall’attività forense. Al contrario, la Corte riconosce implicitamente il valore di questi strumenti come supporto operativo, purché il loro utilizzo sia accompagnato da un rigoroso controllo umano. La trasformazione digitale della giustizia rappresenta un’opportunità per migliorare efficienza e produttività, ma non può modificare i principi cardine della responsabilità professionale. L’IA può suggerire argomentazioni, individuare orientamenti giurisprudenziali e accelerare la ricerca documentale, ma non costituisce una fonte del diritto.

La verifica delle citazioni, il controllo delle banche dati ufficiali e la validazione delle informazioni restano attività che appartengono esclusivamente al professionista. La sentenza della Cassazione traccia così un confine destinato a orientare il futuro della professione forense: la tecnologia è uno strumento prezioso, ma il giudizio critico, la competenza e la responsabilità continuano a essere esclusivamente umani.

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