Casey Harrell vive con un set di elettrodi impiantati nel cervello da quasi tre anni. Affetto da SLA e paralizzato, nel 2023 è diventato uno dei primi pazienti al mondo a “parlare” attraverso un’interfaccia cervello‑computer (BCI). Da allora ha accumulato migliaia di ore di utilizzo, trasformandosi nel primo vero “utente esperto” di un sistema neurale per il parlato.
Oggi, grazie a un dispositivo che si collega alla corteccia motoria del linguaggio, Harrell comunica, lavora, naviga online e gestisce la sua vita quotidiana con un’autonomia impensabile prima dell’impianto. Il suo caso, pubblicato su Nature Medicine, documenta oltre 3.800 ore di utilizzo domestico senza la presenza di ricercatori. Un risultato che, secondo il neuroingegnere Sergey Stavisky dell’Università della California, Davis, segna un punto di svolta. L’impianto, inserito nel luglio 2023, comprende quattro matrici da 64 elettrodi ciascuna, collegate a due punti di connessione esterni. Il sistema registra l’attività neurale associata ai 39 fonemi dell’inglese americano e la traduce in parole.
Già il primo giorno Harrell riuscì a comunicare con un vocabolario di 50 parole con un’accuratezza del 99,6%. Oggi il sistema gestisce 125.000 parole con una precisione del 97,5%, arrivata al 99% dopo gli ultimi aggiornamenti. La vera rivoluzione, però, è l’autonomia: basta un assistente per collegare il dispositivo.
Harrell può controllare un cursore, inviare e‑mail, navigare sul web e attivare una “modalità privacy” che cancella automaticamente il testo decodificato. Ha anche un filtro per le parolacce quando parla con la figlia di sette anni. Non tutti i pazienti con SLA potranno ottenere risultati simili: la degenerazione cerebrale, i rischi chirurgici e la riluttanza a interventi invasivi restano ostacoli significativi.





