Nel sud dell’Iran, tra le macerie lasciate dagli ultimi bombardamenti statunitensi, è rimasto in piedi un solo muro. Su quel muro si legge ancora una frase: «L’acqua è il battito della vita, non rallentiamola». Attorno, invece, resta ben poco dei serbatoi di stoccaggio che fornivano acqua potabile a oltre ventimila persone. A centrare l’ obiettivo è stata una bomba a guida laser. Colpiti anche due impianti di desalinizzazione.
La vicenda solleva interrogativi che vanno oltre la dimensione militare. In una regione dove le temperature superano i 38 gradi all’ombra e possono raggiungere livelli ben più elevati durante l’estate, l’acqua non rappresenta soltanto un servizio pubblico: è una condizione essenziale di sopravvivenza. Distruggerla non è un danno collaterale neutro. È una scelta con conseguenze dirette, misurabili, su popolazioni civili che non hanno voce in capitolo nelle decisioni che determinano il loro destino.
Il diritto internazionale umanitario riconosce una protezione particolare alle infrastrutture indispensabili alla vita della popolazione civile e particolarmente quelle idriche. Una struttura può perdere tale protezione se impiegata per finalità militari — è una clausola legittima e necessaria. Tuttavia, in assenza di prove pubbliche che dimostrino un utilizzo bellico degli impianti colpiti, resta aperta una questione giuridica tutt’altro che marginale. Quei principi di umanità che già nel Settecento andavano prendendo forma nelle prime convenzioni internazionali non erano decorazioni filosofiche: erano il tentativo di porre un limite allaviolenza della guerra anche tutelando le popolazioni civili. Ignorarli selettivamente non è una concessione tattica. È un’erosione strutturale dell’ordine che l’Occidente ha costruito e dal quale trae ancora oggi la sua legittimità.
La stessa settimana ha portato un’altra vicenda, geograficamente lontana ma giuridicamente contigua. Negli Stati Uniti è esplosa la controversia relativa al trasferimento verso la Repubblica Centrafricana di un gruppo di immigrati provenienti da diversi Paesi, tra cui cittadini iraniani. Secondo i loro legali, alcune delle persone coinvolte godevano già di protezioni specifiche contro il rimpatrio, in ragione del rischio concreto di persecuzioni, torture o morte nel Paese d’origine. La scelta della destinazione ha aggravato ulteriormente il quadro: la Repubblica Centrafricana è uno degli Stati più fragili del pianeta, segnato da violenze croniche, instabilità politica e gravissime carenze sanitarie. Il caso riapre una questione che il diritto internazionale dei rifugiati aveva già affrontato con il principio di non-refoulement: non è sufficiente non rimandare una persona nel proprio Paese d’origine. Esiste anche l’obbligo di non trasferirla in un luogo dove la sua sicurezza non può essere garantita.
È qui che si manifesta la contraddizione più profonda. I valori umanitari sono il pilastro dell’etica occidentale, il fondamento su cui poggia la credibilità dell’Occidente come attore normativo. Chi tiene all’alleanza atlantica dovrebbe essere il primo a pretenderne la coerenza — non per idealismo, ma per lucidità strategica. Un Occidente che condanna gli attacchi sulle infrastrutture civili ucraine e simultaneamente distrugge impianti idrici civili altrove perde l’argomento. La politica dei doppi standard non è una scorciatoia pragmatica: è una cattiva analisi della propria forza.
Nel frattempo cresce il conto economico. La Banca Centrale Europea ha annunciato un aumento dei tassi motivandolo con le pressioni inflazionistiche derivanti dall’instabilità internazionale. Si tratta però di un’inflazione che nasce dall’offerta, non da consumi eccessivi. Il paradosso è noto: per contrastarla si comprime una domanda già debole, scaricando il costo della guerra su famiglie e imprese di Nazioni che non hanno partecipato ad alcuna decisione strategica.
L’immagine del muro sopravvissuto nel deserto iraniano ricorda che i conflitti contemporanei investono infrastrutture essenziali, mettono alla prova principi giuridici consolidati e incidono sulla vita di milioni di persone lontane dal fronte. Il prezzo della guerra si misura nell’acqua che non arriva più, nei diritti che diventano negoziabili e nella distanza crescente tra i valori proclamati e le scelte concrete.
Tuttavia la verità più terribile è che questo è il vero volto della guerra, e in un’epoca in cui se ne parla con troppa leggerezza, la verità può aiutare a comprendere che la ricerca della pace non è mai vana perché la guerra non risparmia nessuno.





