L’amministrazione Trump ha revocato il visto a un cittadino cinese impiegato dall’agenzia statale Xinhua negli Stati Uniti, in una mossa interpretata come risposta diretta all’espulsione della corrispondente del New York Times Vivian Wang da parte di Pechino. La decisione, confermata da una fonte a conoscenza del dossier e da un funzionario del Dipartimento di Stato, rappresenta uno dei rari casi in cui Washington reagisce in modo speculare alle restrizioni imposte dalla Cina ai giornalisti stranieri.
L’espulsione di Wang, avvenuta dopo la partecipazione del presidente taiwanese a un evento mediatico internazionale, ha aggravato un clima già segnato da anni di tensioni sull’accesso alla stampa. La presenza dei media statunitensi in Cina è infatti ridotta ai minimi storici, con redazioni costrette a operare con organici limitati e visti di breve durata.
L’episodio ha suscitato preoccupazione tra le principali testate occidentali, che temono ulteriori restrizioni alla possibilità di raccontare la seconda economia mondiale in un momento geopolitico particolarmente delicato. La reazione americana si inserisce in un contesto di deterioramento delle relazioni bilaterali, in cui la gestione dei giornalisti è diventata uno strumento di pressione politica.
Negli ultimi anni Pechino ha utilizzato la politica dei visti per allontanare reporter considerati critici, mentre Washington ha classificato alcune organizzazioni mediatiche cinesi come missioni straniere, sottolineando il loro legame strutturale con il Partito Comunista. L’espulsione di Wang ha inoltre generato malcontento tra altri media internazionali che avevano programmato interviste con il presidente taiwanese, temendo ripercussioni simili.
La questione di Taiwan rimane infatti uno dei punti più sensibili nei rapporti tra Pechino e Washington, come dimostrato anche dagli avvertimenti del presidente Xi Jinping durante il recente vertice con Donald Trump.





