Un’impennata senza precedenti dei voli di ricognizione statunitensi attorno a Cuba sta attirando l’attenzione di analisti e governi. Secondo dati open‑source raccolti da piattaforme come Flightradar24 e ADS‑B Exchange, dal 4 febbraio la Marina e l’Aeronautica USA hanno effettuato almeno 25 missioni di sorveglianza nelle vicinanze dell’isola, molte delle quali a meno di 65 chilometri dalla costa. Si tratta di un’attività insolitamente visibile, in un’area dove fino a poche settimane fa voli di questo tipo erano rari. I velivoli impiegati includono il P‑8A Poseidon, specializzato in pattugliamento marittimo, l’RC‑135V Rivet Joint, dedicato all’intercettazione dei segnali, e droni ad alta quota MQ‑4C Triton. La concentrazione delle missioni attorno a L’Avana e Santiago de Cuba suggerisce un interesse mirato verso infrastrutture strategiche e movimenti militari.
La loro improvvisa frequenza coincide con l’inasprimento della retorica dell’amministrazione Trump, che nelle ultime settimane ha definito Cuba una “minaccia” per la sicurezza nazionale e ha imposto un nuovo regime di sanzioni. Il Pentagono non ha commentato l’aumento dei voli, mentre funzionari cubani respingono l’idea che l’isola rappresenti un pericolo e denunciano un’escalation deliberata. Alcuni analisti notano che pattern simili si erano già verificati prima delle operazioni statunitensi in Venezuela e Iran, quando la sorveglianza aerea visibile al pubblico era aumentata in modo analogo.
Un elemento che alimenta interrogativi è la scelta degli Stati Uniti di mantenere attivi i transponder dei velivoli, rendendoli tracciabili da chiunque. Una decisione che, secondo alcuni osservatori, potrebbe essere un messaggio diretto a L’Avana e ai suoi alleati. Nel frattempo, i dati mostrano che gli stessi modelli di aerei sono stati impiegati negli ultimi mesi anche attorno all’Ucraina, alla penisola coreana e lungo il confine russo, ma l’intensificazione attorno a Cuba rappresenta una novità significativa.






