La costruzione della nuova sala da ballo della Casa Bianca, fortemente voluta dal presidente Donald Trump, è stata bloccata da un giudice federale con un’ordinanza che ha già scatenato un acceso scontro politico e istituzionale.
Il progetto, finanziato con 400 milioni di dollari di donazioni private — tra cui Amazon, Google e lo stesso Trump — prevedeva la demolizione dell’Ala Est per fare spazio a un salone da ricevimenti di 90.000 piedi quadrati, corredato da un bunker sotterraneo e da un complesso militare.
A fermare i lavori è stato il giudice distrettuale Richard Leon, che ha accolto il ricorso del National Trust for Historic Preservation, un’associazione per la tutela del patrimonio storico. “Il presidente degli Stati Uniti è il custode della Casa Bianca per le future generazioni di First Families. Non ne è, tuttavia, il proprietario”, ha scritto Leon, sottolineando che nessuna legge conferisce al presidente l’autorità di modificare unilateralmente un edificio simbolo della democrazia americana.
Il progetto, ha aggiunto, dovrà ottenere l’approvazione del Congresso e passare al vaglio di due commissioni federali, la National Capital Planning Commission e la Commission of Fine Arts, finora ignorate dall’amministrazione.
Trump ha reagito con rabbia, accusando il National Trust di essere “un gruppo di estremisti di sinistra composto da folli” e rivendicando la legittimità dell’intervento: “È un’opera raffinata, a costo zero per i contribuenti, e sarà il salone più elegante del mondo”, ha scritto su Truth.
Il giudice ha concesso una sospensione temporanea dell’ordinanza per due settimane, ma ha avvertito che ogni ulteriore costruzione potrebbe dover essere demolita. La vicenda apre un nuovo fronte sul ruolo del potere esecutivo e sulla tutela dei luoghi istituzionali, in un momento in cui la Casa Bianca diventa teatro non solo di decisioni politiche, ma anche di battaglie architettoniche e simboliche.





