A bocce ferme, passata l’euforia del referendum e la galvanizzazione della campagna elettorale, resta il dato politico: la vittoria del No, con la conseguente legittima soddisfazione dei vincitori e l’amarezza di chi ha perso. È noto che la storia tende a essere raccontata da chi prevale, e di questo occorre prendere atto senza retorica.
Tuttavia, al di là delle dinamiche contingenti, l’analisi che qui si propone intende mantenere un taglio il più possibile oggettivo e asettico. La questione di fondo non è chi abbia vinto o perso, ma se l’assetto istituzionale attuale sia coerente con i principi di equilibrio tra i poteri, se vi siano o meno sconfinamenti, e soprattutto se tale impianto sia effettivamente in grado di rispondere in modo adeguato ai bisogni della società italiana.
Il recente referendum ha mostrato un Paese profondamente diviso: il margine tra SI e No è risultato ridotto, a testimonianza di un consenso parziale e trasversale tra gli stessi elettori di centrosinistra e centrodestra. Questo dato evidenzia come la questione non sia riducibile a un mero schieramento politico. Tuttavia, la centralizzazione sulla figura di Giorgia Meloni, nel contesto del referendum, solleva interrogativi di natura politica che non possono essere ignorati. L’obiettivo di questa riflessione giornalistica è analizzare le implicazioni del risultato referendario sul sistema dei poteri in Italia, richiamando le osservazioni dei principali costituzionalisti e considerando l’evoluzione del ruolo della società italiana dalla nascita della Costituzione ad oggi.
Commento del risultato elettorale
Nonostante la vittoria del No, il margine ristretto indica checomunque quasi la metà degli elettori ha espresso il desiderio di modifiche. Questo suggerisce, con onestà intellettuale e a tutela della minoranza, la necessità di aggiustamenti istituzionali e politici volti a garantire una equilibrata presa d’atto delle ragioni che sostenevano il SI. Si osservi che comunque questioni afferenti alla costituzione ed ai fondamenti di tutta la società civile vanno trattate senza animosità, con la testa e non di pancia come una competizione tra tifoserie. L’Assemblea Costituente e i giuristi che dal 1946 al 1948 elaborando la Carta costituzionale agirono in modo ben diverso e ponderarono con precisione giudiziosa e condivisa gli equilibri tra i poteri, stabilendo un sistema di “pesi e contrappesi” in cui ogni istituzione agisse in relazione alle altre secondo principi di controllo reciproco. Ogni intervento diretto o riforma alla Costituzione – carta fondamentale dello Stato -richiede dunque, oltre al consenso, un approccio tecnico,ponderato e scientifico, al di là delle logiche politiche o propagandistiche.
Le riflessioni dei costituzionalisti: La Costituzione italiana tra crisi di funzionamento e prospettive di riforma.
Nel dibattito contemporaneo sulla Costituzione italiana può desumersi una convergenza significativa tra alcuni dei principali costituzionalisti nel ritenere che la Carta non sia tanto oggetto di una crisi dei suoi principi fondamentali, quanto piuttosto di una difficoltà nel suo funzionamento concreto.
Una prima linea interpretativa, riconducibile ad Amato, individua nella fragilità del sistema politico la principale criticità: la frammentazione partitica e l’indebolimento delle strutture deipartiti compromettono la capacità del Parlamento di svolgere efficacemente le proprie funzioni, favorendo uno spostamento del baricentro verso il Governo. Oggi, i partiti sono meno incisivi, organizzati e strutturati rispetto alla Prima Repubblica e ciò rende più difficile garantire un equilibrio politico efficace. È essenziale ricreare un clima di collaborazione tra maggioranza e opposizione, favorendo il dialogo nelle sedi parlamentari e bicamerali per individuare strumenti di riequilibrio istituzionale. La gestione coordinata dei poteri richiede non solo rispetto delle regole costituzionali, ma anche capacità politica di negoziare, mediare e trovare compromessi sostenibili.
Secondo una lettura ricostruttiva del pensiero di Gustavo Zagrebelsky, la trasformazione in atto investe il nucleo stesso della democrazia costituzionale, mettendo in discussione la funzione della Costituzione quale limite al potere: la crescente centralità delle maggioranze politiche e la tendenza alla personalizzazione della leadership rischiano infatti di comprimere il ruolo dei principi e delle garanzie, alterando l’equilibrio tra decisione e vincolo.
In una prospettiva diversa, ma complementare, Sabino Cassese individua la principale criticità non tanto nei contenuti della Costituzione, quanto nella debolezza delle strutture statali preposte alla sua attuazione: l’inefficienza amministrativa e il divario tra norme e prassi determinano una sostanziale difficoltà nel rendere effettivi i principi costituzionali, spostando il problema dal piano teorico a quello funzionale.
Infine, nella riflessione di Marta Cartabia emerge una ulteriore dimensione, legata alla trasformazione del contesto entro cui opera il costituzionalismo: la crescente integrazione sovranazionale, come nel caso della Unione europea, e l’emersione di nuove tensioni tra diritti fondamentali impongono un ripensamento delle categorie tradizionali, cui si accompagna una più generale crisi di fiducia nelle istituzioni. Ne deriva un quadro articolato, in cui le difficoltà del sistema costituzionale appaiono riconducibili, rispettivamente, a uno squilibrio tra maggioranza e garanzie, a una inefficienza dell’apparato statale e a una trasformazione del contesto giuridico-politico di riferimento.
Considerazioni per il futuro
Dal confronto emerge una convergenza di fondo: la Costituzione italiana mantiene una tenuta nei suoi principi fondamentali, mentre le criticità riguardano il modo in cui essa viene attuata. Si tratta, dunque, di una crisi “funzionale” più che “strutturale”.
La vittoria del No allora non implica stabilità assoluta: il referendum evidenzia squilibri che richiedono interventi tecnici e dialogo istituzionale. Parlamento, partiti e magistratura devono operare in cooperazione, preservando autonomia e controlli reciproci. Gli interventi dovrebbero mirare a garantire che i poteri dello Stato funzionino in equilibrio, evitando concentrazioni di potere o supplenze eccessive. La Costituzione, intesa come rete funzionale e reticolare, resta il quadro di riferimento per qualsiasi aggiustamento futuro. Il referendum evidenzia divisioni e tensioni nel Paese, ma sottolinea anche l’urgenza di un impegno costante per garantire un equilibrio sostenibile tra i poteri. Le istituzioni devono assicurare che Parlamento, governo e magistratura cooperino secondo principi di controllo reciproco, rispettando la rete costituzionale delineata dai giuristi. La vittoria del No non chiude la questione: indica la necessità di una gestione consapevole, tecnica e collaborativa, volta a preservare stabilità democratica e rispetto dei principi fondamentali.
Ritengo che le considerazioni fatte in questo contesto sarebbero state doverosamente le stesse, se avesse vinto il SI.





