Per tutto il Novecento l’abbigliamento ha avuto una funzione chiara, quella di distinguere chi faceva lavori duri e manuali da chi comandava. Con il successo si esibivano tessuti delicati e colori chiari, segni inequivocabili di un’esistenza trascorsa lontano dai cantieri. Oggi, nelle grandi metropoli è possibile assistere a un fenomeno inverso, per il quale le nuove élite urbane, ossia le persone che lavorano esclusivamente con i dati e l’immateriale, hanno adottato come divisa la tela grezza degli operai e la gomma pesante dei boscaioli.
Dalla strada all’armadio. Cos’è la gentryfication
Questo fenomeno viene chiamato gentryfication, parola in realtà nata negli Anni ’60 conla sociologa Ruth Glass che la usava per descrivere il ritorno della “gentry” (la piccola nobiltà inglese o la borghesia) nei quartieri operai delle città, con il risultato che in quella che originariamente era una zona popolare i prezzi degli affitti lievitavano, i negozi storici chiudevano per fare spazio a boutique e i residenti originari non potevano più permettersi di vivere lì.
Anche nell’abbigliamento possiamo ritrovare la stessa dinamica, quando una classe sociale privilegiata “si impossessa” simbolicamente dello stile di chi ha di meno. Non è solo un cambio di gusto, ma un’operazione che svuota il vestito del suo significato di fatica e necessità per trasformarlo in un costume costoso. E così, come nel quartiere gentrificato, anche nei mercatini dell’usato i prezzi salgono, perché la domanda del “privilegio” rende il necessario un bene di lusso.
Quindi, in senso metaforico il termine gentrificazione può essere usato anche nel campo dell’abbigliamento, tanto che alcuni stili nati in contesti popolari o subculturali, come lo streetwear o i workwear, gli abiti da lavoro, vengono adottati, reinterpretati e resi costosi da brand di fascia alta. Lo stile perde parte della sua funzione o identità originaria e diventa un prodotto “di tendenza”, destinato a un pubblico con maggiore capacità di spesa. E, come abbiano detto, il risultato è simile a quello urbano: un’estetica nata dal basso viene trasformata in un bene esclusivo, spesso rendendola meno accessibile alle persone che l’hanno creata. Gli esempi più frequenti sono rappresentati dallo streetwear che diventa di lusso, il workwear che viene reinterpretato da marchi premium e le mode nate in comunità marginalizzate adottate dal mainstream. Quindi non si tratta di gentrificazione in senso tecnico, ma un uso esteso del concetto, tipico di quando qualcosa nato in un contesto popolare viene “ripreso, ripulito e reso esclusivo”.
Il bisogno di “matericità” in un presente digitale
Perché cerchiamo tessuti che resistono alle abrasioni mentre lavoriamo seduti in un ufficio climatizzato? Il sociologo Anthony Giddens per spiegarlo ha introdotto il concetto di sicurezza ontologica, la necessità umana di percepire il mondo come solido, continuo e soprattutto reale. In un’epoca in cui il nostro lavoro non produce oggetti, ma file invisibili, l’individuo sperimenta una profonda fame di matericità, cioè di consistenza fisica delle cose, di ciò che oppone resistenza al tatto. Indossare una giacca indistruttibile ci fa sperare che la solidità di quella tela si trasferisca alla nostra identità, resa fragile da una vita trascorsa davanti agli schermi.
Lo status oggi non si misura più con un simbolo d’oro, ma con il “capitale culturale”, l’insieme di conoscenze che ci permette di distinguere un oggetto vero da uno di massa. Indossare uno scarpone da lavoro usurato comunica un messaggio preciso: “Io non sono un consumatore superficiale, io capisco il valore della sostanza”, anche se è una sostanza che viene consumata solo come immagine, svuotata della sua funzione originaria come la fatica.
Il mercato del “ruvido” o l’economia del finto usato
Questa tendenza ha creato un mercato paradossale e collaterale. I brand di lusso ora producono capi “pre-distressed”, ovvero invecchiati artificialmente in fabbrica per simulare anni di usura. Il capo diviene una storia comprata, non vissuta. In questo scenario l’individuo della classe creativa si trasforma in un collezionista di identità altrui. Comprare una giacca da lavoro originale degli Anni ’70 non è un atto di risparmio, ma un’operazione di archeologia estetica. Si cerca di recuperare un passato solido per coprire un presente che percepiamo come vuoto e artificiale.
I luoghi della gentrificazione “tessile”
La “gentrificazione dell’abbigliamento” è un fenomeno diffuso a livello globale e si manifesta soprattutto nei luoghi in cui moda, cultura street e mercato del lusso si intrecciano, come New York, Londra, Parigi, Milano e Tokyo.
In Paesi come Stati Uniti e Giappone, dove lo stile streetwear è nato o si è consolidato, si osserva una tendenza simile. Abbigliamento da skate, estetiche hip-hop, workwear industriale e capi militari vengono ripresi dalle maison di alta moda e rilanciati in versioni costose ed esclusive. Case come Gucci, Balenciaga, Louis Vuitton, Dior o Off-White svolgono oggi un ruolo centrale in questo processo, attingendo a linguaggi e simbologie nati dal basso per trasformarli in tendenze globali.
Il fenomeno è amplificato dalle piattaforme digitali e dai canali retail internazionali. Social network come Instagram e TikTok diffondono rapidamente estetiche nate nelle comunità popolari, mentre marketplace come Farfetch, SSENSE o END contribuiscono a trasformare questi trend di strada in articoli premium.
In definitiva, la gentrificazione dell’abbigliamento ormai possiamo definirlo un processo culturale globale. Si verifica ovunque la moda mainstream recuperi stili provenienti da contesti marginalizzati, rielaborandoli fino a renderli simboli di esclusività.
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