Il recupero dei consumi prosegue anche nel 2026, ma resta condizionato dal peso crescente delle spese obbligate sui bilanci familiari. Secondo le previsioni sui consumi elaborate da Confesercenti-CER, la spesa delle famiglie residenti in Italia dovrebbe aumentare dello 0,8%, pari a circa 9,1 miliardi di euro in più rispetto al 2025. Una crescita che, tuttavia, rischia di non tradursi in un reale rilancio del commercio: i volumi di vendita al dettaglio sono attesi sostanzialmente invariati (+0,2%), con le piccole superfici ancora in difficoltà (-0,5%).
Cresce il lavoro, salgono i consumi
A sostenere i consumi contribuiscono l’aumento dell’occupazione e gli interventi di detassazione su rinnovi contrattuali, premi di produttività, lavoro notturno e festivo e trattamento accessorio nel pubblico impiego. Misure che dovrebbero generare 1,8 miliardi di euro di reddito disponibile aggiuntivo, traducendosi – secondo le stime – in circa 1,5 miliardi di nuovi consumi. Nel 2025 la ripresa (+0,9% in volume, pari a 9,4 miliardi) era stata favorita anche dal calo dei prezzi energetici: nella seconda parte dell’anno l’indice dei prezzi all’importazione dei beni energetici è sceso del 17%, con una riduzione media annua del 9,3%. Un alleggerimento che ha liberato circa un miliardo di euro di spesa, indirizzato verso altre voci di consumo.
Energia e alimentari più cari
L’inizio del 2026 conferma però la persistente volatilità dei prezzi. A gennaio le quotazioni internazionali del petrolio sono tornate a salire e i prezzi all’importazione dell’energia in Italia risultano in aumento dell’1,9%. Anche gli alimentari continuano a registrare incrementi superiori alla media.
Bilanci famigliari sotto assedio
Rispetto al 2019, le famiglie spendono mediamente circa 1.860 euro in più all’anno, per il 70% assorbiti dall’aumento dei prezzi di alimentari e abitazione. Una dinamica che irrigidisce ulteriormente i bilanci familiari e comprime la spesa discrezionale, penalizzando soprattutto le attività di prossimità.
La crisi dei piccoli negozi
Il disallineamento tra consumi e vendite si spiega proprio nella diversa composizione della spesa. I consumi delle famiglie includono l’insieme di beni e servizi – dall’abitazione ai trasporti, dalla ristorazione ai servizi alla persona – mentre le vendite al dettaglio riguardano solo gli acquisti di beni presso gli esercizi commerciali. Nel 2026 le vendite in volume interromperebbero la caduta in atto da tre anni, ma resterebbero sostanzialmente ferme (+0,2%), con le piccole superfici ancora in territorio negativo.
I miliardi a rischio
Il quadro resta esposto alle tensioni commerciali – a partire dai nuovi dazi – e geopolitiche, oltre che a un possibile nuovo rialzo dei costi energetici. In uno scenario peggiorativo, caratterizzato da maggiore incertezza e da un aumento dei prezzi dell’energia, la crescita dei consumi scenderebbe allo 0,5%, limitando l’incremento a 5,5 miliardi. La differenza tra i due scenari – 3,6 miliardi di euro – rappresenta la quota di spesa più esposta ai rischi del contesto internazionale. In questo caso, anche le vendite del commercio tornerebbero in negativo (-0,3%), con le piccole superfici in calo dell’1,5%.
Il motore dei consumi
“Con l’esaurirsi della spinta del PNRR e in un contesto che indebolisce l’export, la crescita dei consumi – pur lenta – resta il principale motore dell’economia italiana. È lì che si gioca la tenuta del sistema”, commenta il presidente di Confesercenti, Nico Gronchi, “Il recupero della spesa delle famiglie si sta consolidando, ma non si trasferisce in modo proporzionale alle vendite e alle imprese del commercio. Le spese obbligate – dall’abitazione all’energia, dagli alimentari ai trasporti – continuano ad assorbire una quota crescente dei bilanci familiari, comprimendo la spesa discrezionale”.
Energia
Secondo Gronchi, è positivo l’intervento sul fronte dell’energia, ma “serve una strategia strutturale per ridurre in modo stabile i costi”. Allo stesso tempo, l’effetto delle detassazioni conferma la necessità di sostenere il potere d’acquisto delle famiglie, contrastando il dumping contrattuale e utilizzando la leva fiscale anche per imprese e autonomi. Il reddito disponibile lordo reale in Italia resta ancora inferiore del 4% rispetto al 2008, mentre nell’area euro è cresciuto del 9,4%. “Senza un recupero tangibile”, conclude, “i consumi non riusciranno a dare al Pil la spinta di cui il Paese ha bisogno”.



