Bill Clinton ha affrontato la sua deposizione davanti alla Commissione di vigilanza della Camera con una dichiarazione netta: «So cosa ho fatto e, cosa più importante, cosa non ho fatto. Non ho visto nulla e non ho fatto nulla di sbagliato». Le sue parole hanno segnato l’apertura di un’audizione attesa da settimane e che lo ha visto rispondere alle domande sui suoi rapporti con Jeffrey Epstein, il finanziere condannato per reati sessuali e morto in carcere nel 2019. Clinton è il primo ex presidente dagli anni Ottanta a testimoniare davanti a una commissione del Congresso. Secondo quanto emerso, i parlamentari gli hanno chiesto chiarimenti su fotografie, email e documenti contenuti nei fascicoli del Dipartimento di Giustizia, materiali che negli ultimi mesi hanno alimentato speculazioni e pressioni politiche.
Clinton ha negato qualsiasi coinvolgimento improprio, ribadendo più volte di non ricordare dettagli di incontri avvenuti oltre vent’anni fa e insistendo sul fatto che, se avesse saputo delle attività criminali di Epstein, non avrebbe mai accettato di salire sul suo aereo. La sua strategia comunicativa è stata duplice: da un lato difendere la propria integrità, dall’altro sottolineare la necessità di un’indagine condotta “senza pregiudizi politici”.
In un videomessaggio diffuso dopo la deposizione, Clinton ha affermato che «nessuno è al di sopra della legge, soprattutto i presidenti», un passaggio interpretato da molti come un tentativo di spostare l’attenzione dal suo caso verso un principio più ampio di responsabilità istituzionale. La testimonianza di Hillary Clinton, avvenuta il giorno precedente, aveva già polarizzato il dibattito, e la presenza dell’ex presidente non ha fatto che amplificare tensioni e sospetti. I repubblicani insistono sulla necessità di chiarire ogni possibile legame con Epstein, mentre i democratici denunciano un uso strumentale dell’inchiesta per colpire figure simboliche del partito.


