Le autorità russe hanno aperto un’indagine penale contro Pavel Durov, fondatore e CEO di Telegram, accusandolo di aver facilitato attività terroristiche attraverso la sua piattaforma.
L’annuncio, riportato dai media statali, segna un’escalation significativa nel lungo braccio di ferro tra il Cremlino e il miliardario della tecnologia. Secondo la versione ufficiale, Telegram sarebbe stato utilizzato per coordinare migliaia di atti criminali, tra cui sabotaggi, operazioni estremiste e attentati come il massacro del Crocus City Hall del 2024.
Le autorità sostengono inoltre che l’azienda abbia ignorato oltre 150.000 richieste di rimozione di contenuti illegali da parte del regolatore russo Roskomnadzor.
L’indagine, condotta dal Servizio di Sicurezza Federale (FSB), punta a verificare se Durov abbia deliberatamente rifiutato di collaborare con le autorità, contribuendo così — secondo l’accusa — alla diffusione di canali utilizzati per propaganda estremista e comunicazioni operative.
Telegram, da anni nel mirino del Cremlino, è una delle piattaforme più popolari in Russia e uno dei pochi spazi digitali percepiti come relativamente liberi dal controllo governativo.
Gli analisti vedono nella mossa di Mosca un tentativo di spingere gli utenti verso MAX, l’app di messaggistica sponsorizzata dallo Stato, criticata per le sue capacità di sorveglianza.
L’inchiesta arriva infatti mentre il governo intensifica la pressione sulle piattaforme straniere, nel quadro di una strategia più ampia di controllo dell’informazione.
Durov, che vive all’estero, non ha rilasciato dichiarazioni immediate, ma in passato ha sempre respinto le accuse di complicità, difendendo la crittografia e la neutralità della piattaforma.
Per il Cremlino, però, il caso rappresenta un banco di prova sulla capacità dello Stato di imporre la propria autorità nel cyberspazio. Per gli utenti russi, un segnale che il margine di libertà digitale continua a restringersi.



