È ormai una battaglia aperta per il controllo della Corte costituzionale polacca. Otto giudici sostenuti dall’attuale maggioranza parlamentare hanno riunito l’assemblea generale del tribunale e rivendicato la validità della seduta, nonostante l’assenza del presidente Bogdan Święczkowski e degli altri magistrati nominati durante i governi del partito conservatore Diritto e Giustizia (PiS).
A guidare l’iniziativa è Anna Korwin-Piotrowska, che il 30 ottobre aveva annunciato la sospensione per un mese di Święczkowski e del vicepresidente Bartłomiej Sochański, assumendo di fatto la guida del tribunale. Una decisione che Święczkowski non riconosce e che ha definito “colpo di Stato”. Anche il presidente della Repubblica Karol Nawrocki, vicino al PiS, contesta la legittimità dell’operazione.
Il nodo principale riguarda il quorum. La corte dispone di 15 seggi e, secondo l’interpretazione ordinaria, sarebbero necessari dieci magistrati per rendere valida l’assemblea. Alla riunione ne erano presenti soltanto otto. Il gruppo guidato da Korwin-Piotrowska ha però escluso dal computo Święczkowski e Sochański, perché sospesi, e un altro giudice la cui posizione è contestata. Considerando quindi soltanto dodici magistrati abilitati a partecipare, gli otto presenti sarebbero sufficienti per raggiungere i due terzi richiesti. Una lettura giuridica che rimane fortemente controversa.
L’assemblea ha comunque proceduto, approvando il progetto di bilancio del tribunale per il 2027 e avviando la formazione dei collegi chiamati a occuparsi dei procedimenti disciplinari riguardanti i vertici sospesi. Święczkowski, dal canto suo, considera la riunione priva di conseguenze legali. Dietro lo scontro c’è una crisi che accompagna la Polonia da oltre un decennio. Il governo europeista del premier Donald Tusk accusa il PiS di aver assoggettato politicamente importanti istituzioni giudiziarie durante i suoi anni al potere e sostiene di voler ripristinare l’indipendenza della magistratura. L’opposizione, al contrario, denuncia un tentativo dell’attuale maggioranza di conquistare con la forza istituzionale una delle principali corti del Paese.





