A venticinque anni dall’11 settembre, New York appare come una città divisa tra due epoche. Due articoli recenti — uno di New York Magazine sulla nascita di “Habibi City”, l’altro di Vanity Fair sulle polemiche contro il sindaco Zohran Mamdani — raccontano una metropoli che cambia profondamente, ma che continua a convivere con ferite mai del tutto rimarginate.
Da un lato c’è l’ascesa di una nuova generazione di americani di origine SWANA (South-West Asia and North Africa): palestinesi, iraniani, sudanesi e altri, che stanno ridefinendo la cultura urbana. Non più solo presenza nei negozi di quartiere o nei food cart, ma protagonisti di Saturday Night Live, della ristorazione di fascia alta, dell’intrattenimento e della politica. Mamdani, primo sindaco musulmano della città, è insieme simbolo e catalizzatore di questa trasformazione.
Questa identità, spesso descritta come “di background musulmano”, è ampia e sfaccettata: include praticanti, laici, e chi vive l’Islam come radice culturale. La sua forza sta proprio nella capacità di integrarsi nella società americana senza rinunciare alla propria storia. Figure come Mamdani o il candidato democratico al Senato del Michigan, Abdul El-Sayed, contestano apertamente la narrativa patriottica tradizionale, criticando il sostegno USA a Israele e le conseguenze devastanti della “war on terror”.
La loro prospettiva nasce da un’esperienza comune: crescere nell’ombra dell’islamofobia post-11 settembre. Come disse il comico Ramy Youssef, “9/11 mi ha reso più musulmano, perché mi è stato detto che era colpa mia”. Per molti, un’identità religiosa casuale è diventata un’identità politica forgiata dalla discriminazione.
Eppure, mentre questa generazione conquista spazio e influenza, l’islamofobia non è scomparsa. Secondo Pew Research, oggi il 51% degli americani ritiene che l’Islam “incoraggi la violenza più di altre religioni”, il doppio rispetto al 2002. È questo clima che permette a Mamdani di essere associato ai dirottatori — nonostante avesse nove anni nel 2001 — e a El-Sayed di essere definito “terrorista” da un senatore. Alcuni politici arrivano a sostenere che “ogni musulmano in carica” rappresenti una minaccia alla sicurezza nazionale.





