Kasika, il Congo e la domanda che riguarda il nuovo disordine mondiale
Ci sono guerre che finiscono sui giornali prima ancora di finire sul terreno. E ci sono vittime che scompaiono dalla memoria molto prima che scompaiano dalle fosse comuni. È per questo che Kasika, ventotto anni dopo, riguarda tutti.
Il 24 agosto 1998, nel Sud-Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo, un massacro cancellò centinaia di vite. Kasika è diventato uno dei nomi incisi nella lunga storia delle violenze dell’Africa dei Grandi Laghi. Ma nel giorno dell’anniversario, il richiamo di Denis Mukwege ha restituito a quella memoria un significato che supera i confini congolesi.
Il premio Nobel per la Pace ha rilanciato la necessità di un meccanismo giudiziario credibile, anche attraverso una giurisdizione speciale o internazionalizzata, capace di perseguire i responsabili dei crimini commessi nel corso dei decenni di conflitto. Non è soltanto una richiesta per il Congo. È una domanda per il mondo.
Il ritorno della legge della forza
Viviamo in una fase nella quale la forza torna a mettere alla prova il diritto. Ucraina, Sudan, Sahel, Myanmar, Africa centrale: conflitti diversi per origine e protagonisti, ma accomunati da una crescente difficoltà della comunità internazionale nel trasformare i principi del diritto internazionale in una capacità effettiva di prevenire, fermare e giudicare le violenze. Il problema non è soltanto il numero delle guerre. È la trasformazione del modo in cui il mondo le affronta.
Le grandi potenze negoziano, gli attori regionali si moltiplicano, le organizzazioni internazionali cercano spazi di mediazione, mentre il multilateralismo fatica sempre più a produrre decisioni condivise. In questo vuoto, la forza torna a essere uno strumento ordinario della politica internazionale. La domanda decisiva diventa allora una sola: chi difende il diritto quando il diritto entra in conflitto con gli interessi delle potenze?
Kasika come specchio del presente
L’Est del Congo è uno dei luoghi nei quali questa trasformazione appare con particolare brutalità. Proprio, mentre veniva ricordato il massacro di Kasika, sul terreno iniziava a Minembwe la prima missione incaricata di verificare il rispetto del cessate il fuoco tra Kinshasa e l’AFC/M23.
Nelle stesse ore, dopo cinque giorni di colloqui in Svizzera, le parti hanno concordato una nuova roadmapper rilanciare il processo di pace di Doha. È un segnale importante. Ma è anche un test. Perché nell’Est del Congo gli accordi di pace hanno spesso preceduto nuove fasi di violenza. La distanza tra la firma di un’intesa e la sua applicazione è precisamente lo spazio nel quale prosperano sfiducia, impunità e nuove guerre.
La diplomazia non può limitarsi a congelare i conflitti
Il mondo ha bisogno di diplomazia. Ma una diplomazia che non confonda il silenzio delle armi con la pace. Una tregua interrompe la violenza. Una pace deve affrontarne le cause. Significa sicurezza per i civili, ritorno degli sfollati, istituzioni funzionanti, disarmo, sviluppo, controllo del territorio e soprattutto giustizia. Perché le vittime non possono essere una variabile collaterale del negoziato. In Ucraina, la ricerca di una pace duratura rimane inseparabile dalla sovranità e dalla responsabilità per le violazioni del diritto internazionale.
In Sudan, la guerra continua a produrre una delle più gravi crisi umanitarie del pianeta, mentre gli interessi e le interferenze degli attori esterni contribuiscono a prolungarla. Nel Sahel, il progressivo arretramento della presenza occidentale convive con nuove competizioni geopolitiche e di sicurezza. Cambiano i luoghi. Non cambia la domanda.
(Prima parte - segue)





