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Liste d’attesa, Cimo-Fesmed: “L’intramoenia può aiutare a ridurre i tempi, ma serve una riforma del sistema”

Oltre un cittadino su due, quando non riesce ad accedere alle prestazioni del Servizio sanitario nazionale nei tempi previsti, sceglie la sanità privata
giovedì, 20 Agosto 2026
2 minuti di lettura

Quando le prestazioni del Servizio sanitario nazionale non sono disponibili nei tempi previsti, la maggioranza dei cittadini sceglie di rivolgersi alla sanità privata. È quanto emerge dall’indagine realizzata dall’Istituto Piepoli per conto della FNOMCeO, che fotografa le difficoltà di accesso alle cure e le strategie adottate dai cittadini di fronte alle liste d’attesa. Secondo i dati dell’indagine, il 54% degli intervistati si rivolge alla sanità privata quando non riesce a ottenere una prestazione attraverso il SSN nei tempi necessari. Solo il 9% sceglie invece l’attività libero-professionale intramoenia (ALPI), mentre il 7% rinuncia completamente alle cure. Un dato, quest’ultimo, che secondo le rilevazioni ISTAT arriva a sfiorare il 10%.

Il potenziale dell’intramoenia

Numeri che, secondo la Federazione CIMO-FESMED, evidenziano il potenziale ancora inespresso dell’intramoenia, che potrebbe contribuire sia a migliorare l’accesso alle prestazioni sia a rendere più attrattivo il lavoro dei medici all’interno della sanità pubblica. “Per anni l’intramoenia è stata indicata, erroneamente, come una delle principali cause delle liste d’attesa. I dati dimostrano invece che i cittadini individuano soprattutto nella carenza di personale, nelle insufficienze strutturali e nelle difficoltà organizzative le principali criticità del sistema”, afferma Guido Quici, presidente di CIMO-FESMED.

Indirizzare verso ospedali pubblici

Di fronte a una domanda di salute che continua a crescere, se non è possibile aumentare rapidamente l’offerta attraverso nuove assunzioni e il potenziamento delle strutture, l’ALPI può rappresentare uno strumento concreto per ampliare le prestazioni disponibili e contribuire a ridurre i tempi di attesa. Allo stesso tempo può rafforzare il rapporto di fiducia tra medico e paziente e diventare un incentivo per trattenere i professionisti nel Servizio sanitario nazionale. Perché questo accada, però, è necessaria una revisione profonda dell’attuale sistema”.

Tra le proposte avanzate da CIMO-FESMED c’è il modello della cosiddetta “superintramoenia”, già sperimentato in Lombardia, che prevede un maggiore coinvolgimento delle assicurazioni sanitarie nell’indirizzare i propri assistiti verso le strutture pubbliche.“Consentire alle assicurazioni sanitarie di indirizzare i propri assistiti verso gli ospedali pubblici, dove potrebbero essere visitati da medici al di fuori dell’orario di servizio, significa creare nuove opportunità professionali per i medici e, nello stesso tempo, generare risorse economiche da reinvestire nelle strutture pubbliche”, spiega Quici. “È un modello che, a nostro avviso, meriterebbe di essere valutato ed eventualmente esteso anche a livello nazionale”.

Serve una vera riforma

Il rischio, in assenza di una riforma strutturale, è però quello di un ulteriore ridimensionamento dell’attività intramoenia. Secondo i dati del Ministero della Salute, tra il 2015 e il 2023 il numero dei medici che svolgono attività libero-professionale intramuraria è diminuito del 15%.

Il freno della burocrazia

L’ALPI è oggi appesantita da procedure burocratiche complesse e da un sistema di costi che può arrivare ad assorbire fino al 70% di quanto versato dal paziente”, sottolinea il presidente di CIMO-FESMED. “In queste condizioni è comprensibile che molti professionisti preferiscano esercitare nel proprio studio o nelle strutture private, dove possono trovare condizioni economiche più favorevoli e garantire ai pazienti quella continuità del rapporto medico-paziente che il Servizio sanitario nazionale, nelle condizioni attuali, fatica ad assicurare”.

Un sistema con più prestazioni

Per CIMO-FESMED, dunque, il tema non è contrapporre sanità pubblica e attività libero-professionale, ma costruire un sistema nel quale l’intramoenia possa diventare uno degli strumenti attraverso cui aumentare l’offerta di prestazioni, ridurre i tempi di attesa e rendere nuovamente più attrattivo il lavoro medico negli ospedali pubblici. “Se vogliamo mantenere i professionisti nel SSN”, conclude Quici, “e garantire ai cittadini un accesso più rapido alle cure, dobbiamo intervenire sulle condizioni in cui i medici lavorano. L’intramoenia, se adeguatamente regolamentata e valorizzata, può essere parte della soluzione e non il problema”.

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