(Dato di contesto): Secondo il Dossier “Natalità 2026: Volere o Potere”, realizzato dalla Fondazione per la Natalità in collaborazione con ISTAT e presentato a Roma il 28 luglio 2026 con il patrocinio INPS, il 62,2% degli italiani in età feconda non avrà altri figli: dichiara di avervi rinunciato per ostacoli economici, lavorativi e sociali. Solo per il 5,5% la genitorialità non rientra nel proprio progetto di vita.
“Il dato che emerge dal nuovo Dossier Natalità – commenta Antonio Sabella, Italia Moderata –è importante: non sembra esserci un rifiuto culturale della genitorialità. Al contrario, il dossier sostiene che molti figli desiderati non nascono per ragioni economiche e organizzative. Il 62,2% degli italiani che rinunciano ad avere altri figli indica ostacoli economici, lavorativi e sociali, mentre circa 2,8 milioni di persone individuano nelle difficoltà economiche il principale freno”.
Ricapitolando, le statistiche puntano il dito sulla scarsità di strutture di sussidio alla famiglia, primi tra tutti gli asili nido: secondo i dati Istat in Italia ci sono 14.570 strutture attive, con in tutto 378.496 posti autorizzati. Questi si traduce in una copertura media nazionale di 31,6 posti ogni 100 bambini tra 0 e 2 anni. L’obiettivo italiano (LEP) è stato fissato al 33%, a fronte di un obiettivo UE al 2030 del 45%. Ma la disparità di condizioni si fa sentire, tra le regioni italiane, con un centro che viaggia intorno al 40%, un nord est e nord ovest che lo segue a ruota, con rispettivamente una copertura del 39% e del 36,6% del fabbisogno, ma le isole e il sud sono ben lontani dai minimi fissati, con una percentuale intorno al 19%.
“Il divario territoriale è enorme anche tra capoluoghi, dove si arriva a punte di circa 39,8 posti ogni 100 bambini a fronte di percentuali ben più modeste, nei comuni non capoluogo (28,2%) – sottolinea Sabella – .Quasi il 60% delle strutture dichiara liste d’attesa, segno che il problema non è soltanto economico ma anche di disponibilità dei posti. A questo si aggiunge il problema del cosiddetto “assegno unico” e dei sostegni economici.
Ricordiamo che per l’assegno unico nel 2025 sono stati erogati circa 20 miliardi, sulla scorta della documentazione ISEE, a beneficio dei nuclei più numerosi, della presenza di figli sotto 1 anno di età e di disabili nel nucleo familiare, con un occhio di riguardo per le madri giovani. Mentre per i “bonus asilo nido” e per l’assistenza domiciliare, in presenza di figli con gravi patologie, nel 2023 l’INPS ha speso circa 662 mln di euro.
Stando ai dati – prosegue Sabella – le intenzioni di fecondità delle donne italiane sono frenate rispetto ai loro desideri: se ci fossero state le condizioni, nel 2025 sarebbero nati circa 760 mila bambini, oltre il doppio dei 355 mila effettivamente registrati”. (ndr. le fonti del dato: Fondazione per la Natalità / ISTAT, Dossier Natalità 2026: Volere o Potere. ISTAT, Offerta di nidi e servizi integrativi per la prima infanzia 2023/2024).
“Per un pubblico esperto (istituzioni, politica, PA) – conclude Sabella – la conclusione più forte è che l’Italia spende oggi molto più che in passato in assegni e bonus, ma continua ad avere una delle più basse coperture di servizi all’infanzia d’Europa, soprattutto nel Mezzogiorno. È proprio questo squilibrio che molti demografi indicano come una delle principali ragioni del crollo della natalità. Urge un correttivo, che tenga conto delle divergenze territoriali registrate, con tutele differenziate, che passino anche per un sostegno governativo, dedicato a superare questo doppiopesismo della PA tra famiglie del nord e famiglie del sud. A ciò si aggiunge che di recente il governo ha allargato le maglie, dell’autonomia regionale, in tema di sanità. Occorre , secondo Italia Moderata, pensare al rebound della diversa capacità economica e garantire a tutti gli italiani lo stesso welfare”.





