Cuba ha subito il secondo blackout nazionale in meno di una settimana, un nuovo segnale della fragilità cronica del suo sistema elettrico. L’interruzione, iniziata nelle ore serali, ha lasciato l’intera isola senza corrente per diverse ore, paralizzando trasporti, ospedali, comunicazioni e attività commerciali.
Le autorità hanno attribuito il guasto a un “collasso sincronizzato” delle principali centrali termoelettriche, già da tempo in condizioni critiche per mancanza di manutenzione e pezzi di ricambio. La popolazione, abituata a disagi frequenti, ha reagito con crescente frustrazione.
In molte città, dai quartieri dell’Avana alle province orientali, i cittadini hanno segnalato temperature insopportabili, difficoltà nel conservare alimenti e impossibilità di accedere ai servizi digitali.
Le scuole sono rimaste chiuse e diversi ospedali hanno funzionato solo grazie ai generatori di emergenza, spesso insufficienti a coprire tutte le necessità. Il governo ha assicurato che i tecnici stanno lavorando per stabilizzare la rete, ma ha ammesso che la situazione rimane “estremamente delicata”. Le centrali più vecchie, risalenti in alcuni casi agli anni Settanta, operano ben oltre la loro capacità, mentre le nuove infrastrutture non sono ancora pienamente operative.
Le sanzioni internazionali, unite alla crisi economica interna, rendono difficile importare carburante e tecnologia, aggravando un quadro già compromesso. Gli analisti sottolineano che i blackout non sono più episodi isolati, ma sintomi di un sistema energetico vicino al punto di rottura. L’isola dipende in larga parte dal petrolio importato e non dispone di risorse sufficienti per una transizione rapida verso fonti rinnovabili.
Intanto, la popolazione vive nell’incertezza quotidiana, tra improvvisi spegnimenti e promesse di miglioramenti che tardano ad arrivare. Cuba, ancora una volta, si ritrova al buio, metafora fin troppo evidente di una crisi che sembra non trovare soluzione.





