Dalle tensioni in Medio Oriente al rischio recessione evocato dal governo: senza sicurezza energetica le società occidentali vacillano. E la politica è chiamata a scegliere tra realismo e paralisi
C’è un film del 1975, I tre giorni del Condor, diretto da Sydney Pollack e interpretato da Robert Redford, Faye Dunawaye Max von Sydow, che oggi torna sorprendentemente attuale. Non solo per le sue trame oscure di intelligence e interessi nascosti, ma per il cuore del suo messaggio: le democrazie reggono finché garantiscono ai cittadini ciò che considerano non negoziabile.
Tra queste certezze, ieri come oggi, c’è l’energia.
Nel film, dietro le operazioni segrete si intravede una verità scomoda: quando l’accesso alle risorse energetiche diventa incerto, anche i sistemi democratici più solidi possono piegarsi a logiche emergenziali. È un monito che oggi risuona con forza, mentre le tensioni in Medio Oriente riaccendono lo spettro di una crisi energetica globale.
Ciò che ci riguarda oggi
Uno scenario che riguarda direttamente l’Italia e l’Europa. E che chiama in causa le scelte politiche più delicate. Non è un caso che l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, abbia riportato il tema al centro del dibattito: la sicurezza energetica non è un’opzione, è una condizione di stabilità.
Energia e democrazia
Il suo ragionamento è netto: la flessibilità del sistema energetico oggi è garantita dal gas. Non dalle rinnovabili, non dal nucleare – che in Italia non c’è – ma dal gas. E dunque, sostiene, serve pragmatismo: riconsiderare anche scelte che fino a ieri sembravano intoccabili, come il blocco delle forniture russe previsto dal 2027.
Parole che pesano, perché aprono un conflitto tra principi geopolitici e necessità economiche.
Economia, scenario difficile
A rendere ancora più evidente la posta in gioco è il richiamo del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Il rischio, in assenza di una svolta, è quello di una recessione. Non un’ipotesi teorica, ma una possibilità concreta, legata anche alla fragilità delle rotte energetiche globali, a partire dallo Stretto di Hormuz.
Se quel passaggio si blocca, l’effetto sull’approvvigionamento di petrolio e gas sarebbe immediato. E devastante.
Quelle domeniche a piedi
Per comprendere fino in fondo cosa significhi una crisi energetica, l’Italia non deve guardare lontano. Basta tornare agli anni Settanta, alle domeniche a piedi, alle targhe alterne, alle misure drastiche del governo guidato da Mariano Rumor durante la crisi petrolifera del 1973-1974.
Allora si trattava di risparmiare energia. Oggi il rischio è più profondo: non riuscire a garantirla.
Dal film alla nostra attualità
Ed è qui che il parallelismo con “I tre giorni del Condor” diventa più inquietante. Una società energivora come la nostra non può semplicemente “adattarsi” alla mancanza di energia senza conseguenze sistemiche. Il rischio non è solo economico, ma democratico: quando il benessere materiale vacilla, cresce la pressione sulle istituzioni, si incrina la fiducia, si aprono spazi per soluzioni drastiche.
Per questo la questione energetica non può essere affrontata solo come un dossier tecnico. È una questione politica, strategica, persino etica.
La diplomazia è la via
E la via d’uscita, per quanto complessa, resta una sola: la diplomazia.
Occorre riaprire canali di dialogo, ricostruire spazi negoziali, trovare – anche nelle condizioni più difficili – le ragioni per fermare l’escalation dei conflitti. Perché senza stabilità geopolitica, non può esserci sicurezza energetica. E senza energia, il rischio è una progressiva implosione economica e sociale.
Papa, appelli e democrazie
È il richiamo che arriva con forza anche da Papa Leone: deporre le armi, cercare la pace, rimettere al centro il dialogo.
Non è solo un appello morale. È, oggi più che mai, una necessità politica.
Perché tra il buio delle crisi e la tenuta delle democrazie, il filo è più sottile di quanto vogliamo ammettere. E passa, inevitabilmente, dall’energia.





