Negli ultimi dieci anni innumerevole volte abbiamo visto finire sul banco degli imputati del tribunale dei social celebrità, aziende se non addirittura personaggi storici e questo per merito o a causa della “cancel culture“, che si traduce letteralmente con “cultura della cancellazione”. Si tratta di una vera e propria forma di ostracismo o boicottaggio di persone o società a seguito di dichiarazioni o comportamenti ritenuti offensivi, discriminatori o politicamente scorretti. In questi casi si interrompono pubblicamente i rapporti on line con tutto ciò che riguarda l’oggetto o il soggetto preso di mira.
Figlia, se vogliamo, della cultura woke, l’espressione ha iniziato a diffondersi su Twitter, ora X, quando in risposta a un commento di qualche utente con cui ci si trovava in disaccordo per le opinioni ritenute politicamente scorrette si scriveva: “You’re canceled”. Con l’arrivo, poi, del movimento #MeToo e del Black Lives Matter l’espressione è diventata di dominio pubblico, coinvolgendo aspetti diversi della nostra società.
Le tre categorie
La “cancel culture” agisce e colpisce fondamentalmente tre aree: quella delle figure pubbliche, quella del revisionismo storico e quella più ampia della cultura e dell’intrattenimento. Nel primo caso, quando una figura pubblica viene “cancellata”, si può andare incontro alla rescissione di contratti di sponsorizzazione e collaborazioni, al licenziamento da produzioni cinematografiche o televisive e in alcuni casi anche alla chiusura dei profili social. Emblematico il caso di Kevin Spacey, attore statunitense accusato di molestie sessuali e per questo licenziato dal film “Tutti i soldi del mondo” di Ridley Scott, sostituito poi da Christopher Plummer. La sua carriera ha subito un forte contraccolpo e anche oggi le sue apparizioni sono quasi nulle, nonostante sia stato assolto nel 2023 dalle accuse nel processo londinese.
Un altro esempio è rappresentato da J.K. Rowling, scrittrice inglese e creatrice della saga di Harry Potter. Le sue prese di posizione sulle questioni legate all’identità di genere e ai diritti delle donne transgender hanno scatenato forti polemiche da parte dell’opinione pubblica, portando molti a boicottare il suo lavoro. In questo caso, però, la “cancellazione” non sembra aver avuto del tutto successo, tanto che a Londra è stato appena aperto un nuovo negozio di Harry Potter in Oxford Street, mentre a Natale uscirà la serie reboot su HBO Max. Senza tralasciare che basta passeggiare per le strade di Edimburgo, città nella quale la scrittrice ha dato vita a Harry Potter e dalla quale ha preso ispirazione per diversi elementi del racconto, per notare la miriade di fan desiderosi di entrare in un negozio per acquistare i gadget ispirati alla storia del maghetto o farsi una foto nel bar dove avrebbe scritto il primo libro.
In particolare per quanto riguarda la cultura e l’intrattenimento la “cancel culture” si manifesta anche attraverso l’introduzione di messaggi di avvertimento. Per esempio, all’inizio di alcuni film della Disney, come Dumbo, compaiono avvisi che segnalano la presenza di elementi discriminatori o stereotipi razziali, che all’epoca erano normalizzati e che oggi non sono più accettati.
Le opinioni controverse
Come ogni fenomeno legato al dibattito pubblico e alla libertà di espressione, anche la “cancel culture” divide profondamente l’opinione pubblica. I sostenitori ritengono che sia lo strumento giusto per tutelare minoranze e categorie discriminate, che per secoli non hanno avuto voce in capitolo, ma anche un modo per responsabilizzare aziende e istituzioni e promuovere politiche più inclusive. Chi invece vi si oppone la considera una minaccia alla libertà di opinione, di credo e di espressione. Inoltre, secondo gli oppositori è sbagliato giudicare il passato con i soli strumenti e valori del presente.
E oggi, se vogliamo, stiamo assistendo a un ribaltamento di questa dinamica, a una sorta di “cancel culture” all’inverso, non esiste più una sola direzione. A essere contestato e penalizzato è anche chi manifesta posizioni politiche sgradite ad alcuni ambienti, con ripercussioni sul piano professionale. È il caso, solo per citarne alcuni, degli attori Mark Ruffalo e Susan Sarandon, convinti sostenitori della Palestina.
In un mondo in cui si è costantemente esposti allo sguardo altrui la “cancel culture” da una parte racconta la stanchezza della gente verso una società ancora poco inclusiva, ma dall’altra porta alla luce la natura senza scrupoli dei social, che se da un lato contribuiscono a dare visibilità a cause sociali, dall’altro pongono sotto i riflettori ogni gesto e parola degli esseri umani. Se in alcuni casi è più che giusto, in altri rischia di trasformarsi da strumento che premia la libertà a mezzo di censura nei confronti di chi esprime un’opinione diversa dalla maggioranza.
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