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Il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, accoglie nel Cortile d'Onore il Presidente del Consiglio europeo, António Costa

Ucraina, Meloni chiede un’Europa a una voce. Zelensky prepara il nuovo tavolo con Washington e Mosca

venerdì, 6 Novembre 2026
3 minuti di lettura

La premier scrive ad Antonio Costa: «Decidere chi rappresenta l’Ue al negoziato». Intanto si prepara un nuovo incontro trilaterale ad Abu Dhabi. Melania Trump rilancia il suo impegno per una tregua, mentre sul terreno proseguono gli attacchi.

La questione ucraina torna al centro di un problema politico che l’Europa non è ancora riuscita a risolvere: la propria rappresentanza nei negoziati. Giorgia Meloni ha scritto al presidente del Consiglio europeo Antonio Costa chiedendo che l’Unione definisca una posizione comune e, soprattutto, stabilisca chi debba sedere al tavolo negoziale in suo nome e con quale mandato.

«La necessità, per l’Europa, di parlare con una sola voce sulla questione ucraina» è ormai «improcrastinabile», scrive la presidente del Consiglio. Una presa di posizione che nasce dal moltiplicarsi di incontri e iniziative diplomatiche, spesso caratterizzati da composizioni differenti e da un coordinamento insufficiente.

Meloni richiama, tra gli altri, gli incontri di Miami, Oslo e Helsinki, le riunioni della Coalizione dei Volenterosi e del cosiddetto formato Berlino, oltre ai contatti tecnici a Bruxelles e alla prevista presenza europea ai colloqui di Abu Dhabi. Una successione di iniziative che, secondo la premier, restituisce l’immagine di un continente diviso e poco credibile proprio nel momento in cui si discute del futuro della sicurezza europea.

La presidente del Consiglio esclude che la sua richiesta sia motivata dalla volontà di ottenere un ruolo per l’Italia. «Non sto chiedendo un posto per l’Italia in questo o in quel formato», precisa, dichiarandosi disponibile a rinunciare a qualsiasi incarico personale o nazionale. Il problema, sostiene, riguarda la capacità dell’Unione di incidere sulle decisioni che verranno assunte e sugli eventuali impegni che gli Stati membri saranno poi chiamati a rispettare.

La richiesta è quindi di affrontare la questione al prossimo Consiglio europeo informale di Dublino, affinché il vertice di dicembre possa formalizzare una decisione, dopo un coordinamento anche con Regno Unito, Norvegia e gli altri partner europei interessati. Il rischio, avverte Meloni, è che l’Europa finisca per essere irrilevante nel processo negoziale.

Il tema assume particolare rilievo alla vigilia di un nuovo passaggio diplomatico. Volodymyr Zelensky ha annunciato su X che sono in corso i preparativi per un formato trilaterale a livello tecnico tra Ucraina, Stati Uniti e Russia, previsto entro meno di una settimana. I colloqui dovrebbero svolgersi ad Abu Dhabi il 10 e 11 novembre e rappresentano un tentativo di mantenere aperto il canale negoziale tra le parti, con la mediazione americana.

La diplomazia si muove mentre la guerra continua a produrre conseguenze sul terreno. Un drone ucraino ha colpito un centro logistico del gruppo russo Ozon in Adighezia, nel sud della Russia, provocando l’evacuazione dei dipendenti. Mosca ha invece rivendicato un attacco contro una nave nel porto di Odessa, sostenendo che trasportasse merci destinate all’esercito ucraino. I raid russi hanno provocato inoltre danni alle abitazioni e alle infrastrutture stradali della città.

Particolarmente grave il bilancio dell’attacco russo del 2 novembre a Komyshuvakha, nella regione di Zaporizhzhia. Le autorità ucraine hanno recuperato 42 corpi dalle macerie di un edificio scolastico nel quale era in corso una distribuzione di aiuti umanitari. Le operazioni di soccorso non hanno ancora consentito di stabilire il bilancio definitivo delle vittime.

Sul piano internazionale, Ankara cerca di ritagliarsi nuovamente uno spazio diplomatico. Recep Tayyip Erdogan ha annunciato l’intenzione di parlare con Vladimir Putin dopo il suo incontro con Zelensky, ribadendo l’impegno turco per porre fine al conflitto. Il Cremlino ha fatto sapere che, al momento, non sono stati organizzati contatti telefonici tra i due presidenti, pur dichiarandosi disponibile a predisporli.

Anche Washington registra iniziative che si muovono su piani differenti. Melania Trump ha programmato un evento alla Casa Bianca per illustrare il proprio impegno a favore di un cessate il fuoco tra Russia e Ucraina. Il suo ufficio ha riferito che la first lady ha avviato autonomamente un’iniziativa per favorire una tregua a Oleshky e nella regione circostante di Kherson. Si tratta di un’iniziativa distinta dai negoziati ufficiali dell’amministrazione americana, ma che segnala la presenza di ulteriori canali di interlocuzione sul conflitto.

Intanto l’Unione europea ha erogato a Kiev altri 4,36 miliardi di euro nell’ambito del programma di sostegno finanziario, di cui 658 milioni destinati alla componente difesa. Un contributo che conferma la continuità dell’assistenza europea mentre l’Ucraina si prepara ad affrontare il quinto inverno di guerra.

Il quadro resta dunque caratterizzato da una contraddizione: mentre si moltiplicano le iniziative diplomatiche, nessuno dei principali attori ha ancora definito le condizioni politiche e strategiche di un accordo. La Russia continua a perseguire i propri obiettivi militari, Kiev cerca garanzie che impediscano una pace imposta e Washington tenta di costruire un percorso negoziale che possa produrre risultati.

Per Zelensky, tuttavia, potrebbe aprirsi uno spiraglio anche sul fronte americano. Le elezioni di midterm e l’eventuale conquista della maggioranza democratica in Congresso potrebbero modificare gli equilibri politici interni agli Stati Uniti e offrire a Kiev nuove possibilità. Un Congresso controllato dai democratici potrebbe infatti tornare a sostenere un finanziamento diretto dell’Ucraina, riducendo la dipendenza dalle scelte della Casa Bianca e dalle oscillazioni della politica estera di Donald Trump.

Non si tratterebbe di un automatismo: le risorse dovrebbero trovare una maggioranza parlamentare e superare i vincoli politici e di bilancio. Ma al di là di possibili finanziamenti, per il presidente ucraino la prospettiva di un Congresso democratico rappresenterebbe un possibile contrappeso alla linea dell’amministrazione Trump. La partita diplomatica, quindi, non si gioca soltanto ad Abu Dhabi o a Bruxelles, ma anche negli equilibri istituzionali di Washington.

Paolo Falconio

Paolo Falconio

Membro del Consejo Rector de Honor e conferenziere de la Sociedad de Estudios Internacionales (SEI)

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