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Israele, un Paese in bilico tra messianismo e realismo strategico

domenica, 1 Novembre 2026
2 minuti di lettura

Le elezioni israeliane consegnano un Paese diviso e privo di una maggioranza capace di garantire la rapida formazione di un governo. Benjamin Netanyahu si ferma a 53 seggi, contro i 48 del blocco guidato da Gadi Eisenkot; i partiti arabi ne conquistano 19, diventando determinanti nei nuovi equilibri parlamentari. Si apre una fase di incertezza istituzionale, mentre crescono le preoccupazioni per la tenuta economica e il rischio di una nuova escalation con l’Iran.

La sicurezza resta, tuttavia, il principale terreno di convergenza della politica israeliana. Come ha ribadito l’ambasciatore Jonathan Peled, quale che sia la composizione del prossimo governo, la percezione della minaccia iraniana non cambia. È su questo punto che emerge una peculiarità della politica israeliana: la possibile sovrapposizione tra una visione messianico-religiosa del conflitto e una lettura geopolitica e strategica.

La prima interpretazione è escatologica

Una parte della destra religiosa nazionalista legge il progetto della Grande Israele attraverso una narrazione che intreccia mistica ebraica, attese bibliche e volontà di potenza. In questa prospettiva, Netanyahu non starebbe soltanto conducendo una guerra, ma partecipando, consapevolmente o meno, a un disegno storico e religioso.

In alcuni ambienti cabalistici e nazionalisti ricorre la distinzione tra il Messia ben Joseph, figura del Messia sofferente, e il Messia ben David, associato alla vittoria e al compimento della redenzione. Interpretazioni estremiste inseriscono talvolta anche la Shoah in questa rappresentazione della sofferenza storica, trasformandola in premessa simbolica di una futura affermazione nazionale e territoriale. Non è una concezione attribuibile alla società israeliana nel suo complesso, né si può identificare la teologia ebraica con le decisioni del governo. È però una componente ideologica presente nei settori più radicali del nazionalismo religioso e contribuisce a spiegare la dimensione identitaria del progetto della Grande Israele.

La seconda lettura geopolitica

Esiste una seconda lettura, meno apocalittica e più direttamente geopolitica. I sette fronti dell’azione israeliana — Gaza, Cisgiordania, Libano, Siria, Iraq, Yemen e Iran — possono essere ricondotti, pur con differenze sostanziali, a un obiettivo comune: ridimensionare l’influenza iraniana nell’architettura regionale del Medio Oriente.

Teheran ha costruito in decenni una rete di relazioni militari e politiche. Hezbollah è il suo principale alleato armato in Libano; Hamas ha ricevuto finanziamenti e sostegno militare iraniani; diverse milizie irachene fanno parte dell’Asse della Resistenza e gli Houthi yemeniti beneficiano dell’appoggio di Teheran. La Siria di Assad ha costituito per anni il collegamento strategico tra Iran e Libano. A questo sistema si aggiunge il programma nucleare iraniano, considerato da Israele una minaccia esistenziale.

In questa prospettiva, il conflitto non richiede una giustificazione escatologica: risponde alla logica preventiva di uno Stato che considera intollerabile il consolidamento regionale di minacce interconnesse. L’obiettivo è smantellare questa architettura prima che possa esercitare una pressione ritenuta insostenibile.

È qui che le due interpretazioni si incontrano. Il consenso al confronto con l’Iran non appartiene soltanto alla destra religiosa, ma attraversa settori più ampi della società e della rappresentanza politica. Netanyahu ed Eisenkot divergono sulla leadership, sulle istituzioni, sulla questione palestinese e sul rapporto tra religione e Stato, ma condividono la centralità della minaccia iraniana. Anche ambienti laici e settori dell’opposizione considerano il contenimento di Teheran una priorità.

Messianismo e realismo strategico non sono quindi necessariamente alternativi. Il primo attribuisce al conflitto un significato storico e trascendente; il secondo lo interpreta attraverso sicurezza, deterrenza ed equilibri regionali. Visioni differenti possono convergere sul medesimo obiettivo operativo.

Questa sovrapposizione rende particolarmente complessa la fase politica israeliana. Le elezioni hanno mostrato una società divisa sulla leadership e sulla direzione del Paese, ma non hanno messo necessariamente in discussione il presupposto che orienta gran parte della sua politica di sicurezza: neutralizzare la capacità iraniana di proiettare potenza nella regione.

Il prossimo governo dovrà ricomporre la frattura interna senza abbandonare un indirizzo strategico sul quale esiste una convergenza assai più ampia. La combinazione di nazionalismo religioso, obiettivi territoriali e calcolo geopolitico continuerà così a condizionare le scelte di Israele e gli equilibri dell’intero Medio Oriente.

Paolo Falconio

Paolo Falconio

Membro del Consejo Rector de Honor e conferenziere de la Sociedad de Estudios Internacionales (SEI)

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