Dopo 28 anni, quattro continenti e circa 50mila chilometri percorsi, Karl Bushby sta per compiere gli ultimi passi della sua impresa. L’ex paracadutista britannico, oggi 57enne, è ormai vicino a Hull, nel nord dell’Inghilterra, dove lo attende la madre Angela. Ma il traguardo della sua «Goliath Expedition», iniziata il 1° novembre 1998 all’estremità meridionale del Sud America, porta con sé un sentimento inatteso: la paura di fermarsi.
Bushby aveva quasi trent’anni quando partì con appena 500 dollari e due regole inderogabili: non utilizzare alcun mezzo di trasporto per avanzare lungo il percorso e rientrare a casa a piedi. Quella che avrebbe dovuto essere un’avventura di circa dodici anni si è trasformata in un’odissea durata quasi tre decenni, complicata non soltanto da deserti, giungle, tundra e mari, ma soprattutto da guerre, frontiere, visti e ostacoli burocratici.
Nel suo viaggio ha attraversato trenta Paesi, affrontato il pericoloso Darién Gap tra Colombia e Panama e percorso il ghiacciato stretto di Bering. È stato arrestato dopo alcuni difficili attraversamenti di frontiera, seguito dalla polizia in Cina e bloccato a lungo dai problemi con i visti russi e dalla pandemia. Quando la situazione geopolitica gli ha impedito di proseguire via terra, ha persino attraversato a nuoto il Mar Caspio, impiegando 31 giorni nonostante si definisca tutt’altro che un buon nuotatore.
Non sono mancati episodi estremi: l’incontro con un orso polare, un’aggressione in Perù, acque infestate dai coccodrilli e il salvataggio in elicottero da una lastra di ghiaccio alla deriva. Eppure Bushby ricorda soprattutto l’ospitalità incontrata lungo la strada, spesso proprio tra le persone più povere, che gli hanno offerto un tetto, cure e cibo senza chiedere nulla in cambio.
Ora, sulle strade dello Yorkshire, automobilisti e motociclisti lo riconoscono, lo salutano e chiedono fotografie. Ma dietro la festa si nasconde un interrogativo molto più intimo. Per metà della sua vita Bushby ha avuto una direzione precisa: casa. Adesso che quella porta è finalmente vicina, deve scoprire dove andare dopo. «Il mio scopo e la mia ragione di vivere stanno per finire», ha ammesso. Il viaggio più difficile, forse, comincerà proprio quando smetterà di camminare.





