
Tra luci, ospiti incredibili, ali spettacolari e l’immancabile hype, il Victoria’s Secret Fashion Show continua ogni anno a far parlare di sé, oltre che a esercitare il suo fascino. Quest’anno, però, a catturare l’attenzione è stata soprattutto Barbara Palvin, modella di fama internazionale, tornata in passerella il 18 ottobre, appena sei settimane dopo aver dato alla luce la sua prima figlia. Un ritorno che ha raccolto grandissima ammirazione, soprattutto per la silhouette mostrata dalla modella a distanza di così poco tempo dal parto. Naturalmente per Palvin tornare in passerella così presto è stata una sua scelta, più professionale che personale. E poi, il fisico di una modella è anche il risultato di genetica, allenamento, abitudini consolidate ed esigenze dettate dal lavoro, fattori che non possono essere ridotti alla semplice forza di volontà e che, soprattutto, non rappresentano un metro di paragone valido per tutte.
Questa premessa è doverosa per arrivare al fulcro della questione, ovvero l’entusiasmo con cui celebriamo il ritorno rapidissimo alla forma fisica dopo una gravidanza. Perché se da una parte applaudiamo, legittimamente, una donna che torna al proprio lavoro quando lo desidera, dall’altra rischiamo di trasmettere un messaggio implicito ovvero recuperare in poche settimane il corpo precedente è un traguardo da raggiungere, un risultato da esibire, quasi una prova di successo personale. E chi non ci riesce, o semplicemente non vuole farlo, sembra avere qualcosa in meno.
Il corpo vuole i suoi tempi
D’altra parte, l’ossessione per il corpo è ormai così radicata nella nostra società da essere diventata una presenza costante, difficile da ignorare persino nei momenti in cui dovremmo concederci il diritto di non pensarci, come durante una gravidanza o dopo il parto. Ma ciò che fa discutere, e forse soprattutto dispiacere, è che ancora oggi si fatichi a comprendere quanto il recupero fisico dopo un evento del genere dipenda anche da fattori biologici che non rispondono ai comandi della volontà. Gli ormoni cambiano, i muscoli e i tessuti hanno bisogno di recuperare, il corpo attraversa trasformazioni profonde e i tempi non sono uguali per tutte. E non basta allenarsi con maggiore disciplina o avere più determinazione per accelerare qualsiasi processo.
Non è un caso che l’American College of Obstetricians and Gynecologists raccomandi di considerare l’assistenza post-partum come un percorso continuativo, con controlli personalizzati e una valutazione complessiva della salute fisica e psicologica entro le prime dodici settimane dopo il parto. Le sei settimane, insomma, non sono una scadenza entro cui tutto deve essere tornato come prima. Anche uno studio pubblicato nel 2020 sul “Journal of Women’s Health“, che ha analizzato i cambiamenti di peso di 302 donne tra la sesta settimana e il sesto mese dopo il parto, ha rilevato percorsi differenti dove alcune hanno perso peso, altre ne hanno guadagnato e altre ancora sono rimaste sostanzialmente stabili. Un risultato che ricorda quanto sia difficile racchiudere il recupero dopo una gravidanza in un unico modello. E poi c’è una questione altrettanto importante, ma spesso messa in secondo piano ovvero quella psicologica. Una donna può aver bisogno di tempo per riconoscersi in un corpo cambiato, per ritrovare il proprio equilibrio emotivo, per affrontare la stanchezza, le notti interrotte e le responsabilità della maternità. E non sempre il desiderio di recuperare il fisico precedente coincide con ciò di cui si ha davvero bisogno in quel momento. Non è una mancanza di determinazione, né una resa. È semplicemente il modo in cui ciascuna attraversa un’esperienza che non è uguale per tutte. Pensare che basti volerlo abbastanza per tornare come prima significa ignorare tutto questo e trasformare un percorso già complesso nell’ennesima prova da superare.
La snapback culture
È soprattutto sui social network che questa ossessione assume contorni ancora più evidenti. Il corpo delle donne non viene soltanto mostrato, ma continuamente confrontato, commentato e valutato. La maternità diventa così un palcoscenico sul quale c’è chi documenta con orgoglio il ritorno alla silhouette precedente e chi, al contrario, si ritrova a leggere osservazioni sul peso preso, sulla pancia che non si sgonfia o sui chili che tardano a sparire. È il terreno fertile della cosiddetta snapback culture, espressione che indica la pressione sociale a recuperare il più rapidamente possibile il fisico precedente alla gravidanza. In questo contesto la pancia piatta e la propria linea apparentemente invariata vengono spesso celebrate come traguardi, trasformando un processo fisiologico dai tempi soggettivi in una prestazione da esibire. Raccontare la propria esperienza è legittimo, così come essere felici del proprio aspetto, ma il problema nasce quando quel risultato, anche involontariamente, diventa uno standard cui tutte le altre dovrebbero aspirare.
I social, come spesso accade, non fanno che amplificare il confronto e che questa pressione possa avere conseguenze concrete non è soltanto un’impressione. Uno studio sperimentale pubblicato nel 2022 sulla rivista “BMC Pregnancy and Childbirth“, intitolato #Fitmom, ha coinvolto 132 neomamme con figli fino a sei mesi di età, assegnate casualmente a due gruppi. Per cinque giorni, alcune hanno visualizzato contenuti social incentrati sull’aspetto fisico, mentre le altre hanno ricevuto post informativi sull’alimentazione infantile. Al termine dell’esposizione le donne del primo gruppo hanno riportato una maggiore insoddisfazione corporea, una percezione più negativa della propria immagine e atteggiamenti alimentari meno favorevoli, con una maggiore tendenza a limitare l’alimentazione. Alcuni di questi effetti sulle abitudini e sugli atteggiamenti alimentari erano ancora osservabili a un mese di distanza. Insomma, certi contenuti non si limitano a proporre un ideale estetico, ma possono influenzare il modo in cui le neomamme guardano se stesse e il proprio corpo.
Una Revisione di otto studi, pubblicata nel luglio 2025 sulla stessa rivista, ha inoltre evidenziato come i contenuti social dedicati al post-partum possano promuovere modelli estetici irrealistici, incoraggiando diete restrittive e attività fisica intensa. La ricerca ha individuato anche messaggi positivi di accettazione del corpo, ma in misura più limitata rispetto ai contenuti legati a ideali estetici difficili da raggiungere. Quando il recupero fisico diventa un contenuto da esibire il rischio è che la maternità venga raccontata soprattutto attraverso i chili persi e le taglie recuperate, lasciando in secondo piano tutto il resto. E mentre si celebra chi torna in passerella o davanti a una telecamera dopo poche settimane, si finisce per rendere quasi invisibili tutte quelle donne che non hanno voglia di documentare il proprio corpo, che non si riconoscono ancora nella propria immagine o che semplicemente hanno altre priorità.
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