L’oro estratto illegalmente in Amazzonia può imboccare rotte commerciali che attraversano continenti e raggiungono i mercati internazionali. Dietro quel metallo non ci sono soltanto alberi abbattuti e fiumi contaminati, ma reti criminali che trasformano le risorse naturali in profitti, minacciano le comunità e sfruttano i confini per sfuggire ai controlli. È anche una questione europea: la sicurezza delle filiere, la tracciabilità delle materie prime e il contrasto ai capitali illeciti chiamano in causa i Paesi che acquistano, commerciano e trasferiscono denaro. Da Vienna, i rappresentanti dei popoli indigeni dell’Amazzonia chiedono che la risposta internazionale parta da qui: colpire le organizzazioni che finanziano la devastazione e proteggere chi difende i territori. Dal 19 al 23 ottobre, alla tredicesima Conferenza delle parti della Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale, più di una dozzina di rappresentanti indigeni di Brasile, Colombia, Ecuador e Perù chiedono ai governi di rafforzare la cooperazione e riconoscere alle comunità un ruolo effettivo nella lotta ai reati ambientali. Sul tavolo c’è la possibilità di avviare negoziati per un nuovo protocollo internazionale. Non è un accordo già approvato, ma un passaggio importante per colmare le lacune normative sfruttate dalle reti criminali e coordinare indagini che nessun singolo Stato può condurre da solo.
Seguire il denaro, dalla foresta ai mercati
La dimensione del problema emerge dall’operazione coordinata da Interpol in nove Paesi dell’America Latina e dei Caraibi: resa pubblica il 7 ottobre, ha portato a 233 arresti e individuato circa 60 mila ettari di foresta disboscata illegalmente. Le indagini hanno evidenziato collegamenti tra la distruzione ambientale e imprese attive su più continenti. Non basta fermare chi abbatte gli alberi o lavora in una miniera clandestina: occorre risalire a chi finanzia le attività, organizza i trasporti, acquista le materie prime e ricicla i proventi. In Amazzonia, estrazione illegale dell’oro, disboscamento, traffico di droga e occupazione delle terre possono condividere rotte, intermediari e gruppi armati. L’oro ha un valore elevato, si trasporta facilmente e può entrare nei circuiti commerciali attraverso passaggi opachi che rendono difficile verificarne l’origine. Il mercurio usato nelle miniere contamina i fiumi da cui le comunità ricavano acqua e pesce; le piste aperte nella foresta facilitano nuove intrusioni e altri traffici. La criminalità ambientale diventa così una crisi ecologica, sanitaria e di sicurezza. Per l’Europa il legame non è astratto. Le reti criminali cercano sbocchi nei mercati internazionali e sfruttano la distanza tra il luogo di estrazione e quello in cui le materie prime vengono acquistate o lavorate. La cooperazione invocata a Vienna riguarda controlli sull’origine dei prodotti, scambio di informazioni e indagini finanziarie condivise.
Chi difende la foresta rischia la vita
A pagare il prezzo più diretto sono le comunità indigene, esposte a minacce perché si oppongono alle attività illegali e difendono i propri territori. Secondo i dati di Global Witness citati dall’Associated Press, nel 2025 sono stati uccisi almeno 124 difensori della terra e dell’ambiente nel mondo, di cui 105 in America Latina, pari all’85 per cento del totale. In Perù, Marcelo Odicio, presidente della Federazione delle comunità native Kakataibo, ha riferito all’Associated Press che sei leader del popolo Kakataibo sono stati uccisi dal 2020. I leader indigeni avvertono che incursioni e operazioni militari, da sole, non risolvono il problema. Quando le forze di sicurezza si ritirano, gli operatori illegali possono tornare; se finanziatori e reti commerciali restano intatti, il profitto continua ad alimentare il sistema. La richiesta è di riconoscere i diritti territoriali, sostenere le forme comunitarie di vigilanza e garantire ai popoli indigeni una partecipazione reale alle decisioni che riguardano le loro terre.
Un protocollo da negoziare, non una soluzione già acquisita
Il possibile nuovo strumento nell’ambito della Convenzione Onu punta a rafforzare la cooperazione contro reati come l’estrazione mineraria illegale, il traffico di fauna selvatica e legname e il commercio illecito di risorse naturali. L’avvio dei negoziati non produrrebbe automaticamente norme vincolanti né garantirebbe risultati immediati. Potrebbe però aprire la strada a procedure più efficaci per l’assistenza giudiziaria, lo scambio di prove e informazioni e il coordinamento tra Paesi d’origine, transito e destinazione dei profitti. I rappresentanti indigeni chiedono di essere coinvolti nel percorso negoziale e che le misure adottate sui territori rispettino i diritti delle comunità. L’Onu ha riferito di iniziative di collaborazione con popolazioni indigene per monitorare le minacce ambientali, ma non ha confermato un ruolo formale per loro nei negoziati sul protocollo. Consultazione e partecipazione non possono essere date per acquisite: devono diventare parte concreta del processo. L’appello che arriva dall’Amazzonia mette alla prova anche l’Europa. Condannare la deforestazione non basta se le reti che la finanziano possono spostare denaro e merci oltre i confini. Servono filiere verificabili, controlli sui capitali e cooperazione investigativa con i Paesi coinvolti; soprattutto, occorre proteggere chi rischia la vita per difendere la foresta. La misura del risultato sarà la capacità di interrompere i profitti della devastazione e rendere meno vulnerabili le comunità che la contrastano.





