La pratica del tatuaggio accompagna l’uomo da migliaia di anni. Famosissimo esempio fu Ötzi, l’uomo del Similaun vissuto più di 5.000 anni fa, sul cui corpo sono stati individuati decine di segni tatuati. Da allora il tatuaggio ha cambiato significato molte volte, adattandosi alle culture e alle epoche che lo hanno adottato. È stato rito, appartenenza, religione, memoria, decorazione. In molte società il corpo tatuato poteva raccontare l’appartenenza a una comunità, il passaggio a una nuova fase della vita, il ruolo ricoperto all’interno del gruppo o un’esperienza personale. Non era, quindi, soltanto qualcosa da mostrare, ma un segno capace di comunicare agli altri parte della propria identità.
Con il passare dei secoli questa funzione non è scomparsa. Tra i casi più conosciuti c’è quello dei marinai, che hanno contribuito in maniera decisiva alla diffusione del tatuaggio nella cultura occidentale. Ancore, rondini, navi, cuori, nomi e simboli religiosi popolavano braccia e petti e potevano ricordare viaggi, esperienze vissute in mare, affetti lasciati a casa, speranze o appartenenze. Non esisteva però un dizionario universale, il significato di uno stesso simbolo poteva cambiare a seconda del periodo, del luogo e della persona che lo portava. Anche per questo la storia del tatuaggio è meno lineare di quanto possa sembrare.
Per buona parte del Novecento, soprattutto nell’immaginario occidentale, è stato associato a marinai, detenuti, motociclisti, punk, rocker e gruppi considerati ai margini, ma non è sempre stato esclusivamente un marchio di ribellione. Già nell’Inghilterra vittoriana, per esempio, i tatuaggi erano diffusi anche al di fuori delle carceri e degli ambienti popolari e, alla fine dell’Ottocento, divennero persino una moda in alcuni settori delle classi più agiate. Nel tempo, però, il tatuaggio ha continuato a conservare una caratteristica ovvero la capacità di raccontare qualcosa di chi lo possiede. E negli ultimi decenni questa dimensione personale è diventata ancora più evidente. Un tatuaggio può ricordare una data, una nascita, un amore, una persona che non c’è più oppure semplicemente rappresentare un’immagine nella quale ci si riconosce. Non serve più appartenere a una determinata comunità perché abbia senso.
A cambiare è anche il ruolo del tatuatore, sempre più spesso non solo chi esegue materialmente un disegno, ma un professionista chiamato a interpretare un’idea e trasformarla in qualcosa destinato, almeno nelle intenzioni, a rimanere sulla pelle per sempre. Così, dagli anni Duemila in poi il tatuaggio è entrato definitivamente nella quotidianità. Non bisogna essere marinai, ribelli o membri di una sottocultura per averne uno. Può essere una memoria indelebile, una forma d’arte da portare con sé o semplicemente una scelta estetica.
Una pratica tutt’altro che in declino
Anche i numeri mostrano quanto questa pratica sia ancora diffusa. Una revisione della letteratura scientifica, “Worldwide prevalence of tattoos with a focus on younger age groups: a literature review”, pubblicata nel 2025 sugli Annali dell’Istituto Superiore di Sanità ha preso in esame 86 studi internazionali e rilevato una crescita significativa della diffusione dei tatuaggi nel mondo, particolarmente evidente nelle fasce più giovani. Nei Paesi sviluppati, le percentuali rilevate nei diversi studi oscillano tra il 5,2% e il 35,3%. Una forbice molto ampia, dovuta anche alle differenze tra Paesi, campioni analizzati e metodologie utilizzate, ma che conferma una tendenza generale ovvero che il tatuaggio è ormai una presenza stabile nella società contemporanea.
C’è chi si pente
Se sempre più persone scelgono di tatuarsi, inevitabilmente cresce anche il numero di chi, a distanza di tempo, cambia idea. Negli Stati Uniti, secondo un’indagine del Pew Research Center del 2023, il 32% degli adulti ha almeno un tatuaggio. Tra le persone tatuate, circa una su quattro (il 24%) dichiara di essersi pentita almeno una volta di uno o più tatuaggi. Le ragioni possono essere molte come un disegno che non rappresenta più la persona che si è diventati, il ricordo di una relazione finita, un risultato estetico deludente o semplicemente un gusto cambiato con gli anni. Anche la tecnologia ha modificato il rapporto con quella che un tempo veniva considerata una scelta definitiva. I laser permettono oggi di attenuare o, in alcuni casi, rimuovere un tatuaggio. Questo non significa però che cancellarlo sia semplice, anzi spesso sono necessarie numerose sedute, il trattamento può essere doloroso e la rimozione completa non è sempre possibile.
E i genitori cosa ne pensano?
O tatuaggio sembra aver superato anche parte del tradizionale confine tra generazioni. Uno studio pubblicato nel 2021 sull’International Journal of Environmental Research and Public Health ha coinvolto 1.472 studenti di dodici università italiane che avevano almeno un tatuaggio e/o un piercing. Tra i partecipanti con tatuaggi, circa un terzo aveva almeno un genitore a sua volta tatuato. La presenza di genitori con piercing, invece, rimaneva sotto il 10%. È un dato che suggerisce quanto il tatuaggio sia entrato nella normalità familiare e non più necessariamente il gesto con cui una generazione prende le distanze da quella precedente. Anzi in alcuni casi genitori e figli condividono la stessa scelta. Interessante anche il punto di vista dei genitori. Secondo il Rapporto Censis “Essere genitori oggi”, pubblicato nel 2026 sulla base di un’indagine del 2025, il 48,3% considera appropriato permettere ai figli di farsi un tatuaggio o un piercing dai 18 anni in poi. Il 27,6% non lo vorrebbe mai, mentre l’8,6% lo considera accettabile anche prima della maggiore età. Il restante 15,5% non esprime una posizione precisa. Il tatuaggio, quindi, rimane un tema di negoziazione all’interno delle famiglie, ma appare molto più accettato rispetto a qualche decennio fa.
Meno pregiudizio
È cambiato anche il modo in cui guardiamo chi ha un tatuaggio. Per molto tempo il corpo tatuato è stato associato alla trasgressione e ad ambienti sociali ben precisi. Oggi, invece, come abbiamo detto viene molto più spesso considerato semplicemente il risultato di una scelta personale o estetica. Anche in molti ambienti di lavoro vedere un tatuaggio è diventato meno insolito, con le dovute eccezioni di certe professioni, aziende e contesti culturali. L’indagine del Pew Research Center del 2023 aiuta a capire quanto sia cambiato lo sguardo sociale. Tra gli adulti statunitensi che non hanno tatuaggi il 66% afferma che vedere una persona tatuata non gli suscita un’impressione né positiva né negativa. Il 29% ne ricava un’impressione più negativa che positiva e soltanto il 5% una più positiva che negativa. L’età continua, però, a fare la differenza. Tra gli over 65 non tatuati la quota di chi dichiara di avere un’impressione negativa davanti a una persona tatuata sale al 40%.
Probabilmente chi è cresciuto in un’epoca in cui il tatuaggio era molto più associato all’idea di “ragazzaccio” quel segno può conservare ancora quel significato nonostante i tempi siano cambiati, mentre per i più giovani è diventato semplicemente una caratteristica, non molto diversa da un taglio di capelli, un gioiello o un certo modo di vestirsi. Il pregiudizio, quindi, non è scomparso, ma ha perso buona parte della sua forza. Un tatuaggio può ancora attirare uno sguardo, ma sempre meno spesso basta per definire il carattere, l’affidabilità o il modo di vivere di chi lo porta. Certo è che il fascino del trasgressivo diventa meno forte quando persino mamma o papà ne hanno uno.
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