Il prossimo mese gli svizzeri saranno chiamati a decidere se rendere la loro neutralità più rigida, vietando al Paese di imporre sanzioni economiche o di cooperare con la NATO. Una proposta che, pur sostenuta da ambienti conservatori e guardata con favore da Mosca, ha acceso un dibattito acceso sull’identità e sul ruolo internazionale della Confederazione.
Manifesti con colombe della pace e slogan come “No alla guerra, sì alla neutralità” tappezzano le città alpine, mentre i sondaggi indicano una maggioranza contraria alla riforma: circa 62% contro 36% a favore, anche se la campagna per il cambiamento dispone di risorse economiche superiori.
La neutralità svizzera, riconosciuta dal 1815 e sancita nella Costituzione dal 1848, ha tenuto il Paese fuori dai due conflitti mondiali. Ma la decisione di aderire alle sanzioni contro la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022 ha riaperto la questione. “La Svizzera non ha avuto guerre per due secoli perché è rimasta armata e neutrale”, ha ricordato Christoph Blocher, storico esponente dell’SVP, che denuncia un’erosione di questo principio. Secondo la proposta, la Costituzione dovrebbe vietare ogni collaborazione militare o difensiva — salvo in caso di attacco — e impedire l’adesione a sanzioni non approvate dalle Nazioni Unite.
Il politologo Laurent Goetschel dell’Università di Basilea aggiunge che la neutralità “non è un dogma”: deve adattarsi ai tempi e restare nelle mani del governo, non scolpita nella Costituzione. Il referendum si terrà il 27 settembre, e per molti sarà più di una scelta giuridica: sarà un test sul modo in cui la Svizzera intende restare fedele alla sua storia, senza chiudersi al mondo.





