Martedì l’Iran ha giustiziato Abolfazl Sepahi‑Badjani e Amirhossein Safari‑Hosseinabadi, accusati di aver ucciso quattro membri delle forze di sicurezza durante le proteste dell’8 gennaio a Isfahan. La notizia, diffusa dall’agenzia giudiziaria Mizan, si inserisce in una serie di condanne a morte che, secondo le organizzazioni per i diritti umani, si sono moltiplicate dall’inizio della guerra con gli Stati Uniti.
Le manifestazioni di gennaio, parte della più ampia ondata di proteste antigovernative, sono state represse con quella che gli attivisti definiscono la più grande operazione di forza nella storia della Repubblica islamica, con migliaia di manifestanti uccisi dalle forze di sicurezza. Da allora, la pressione su Teheran è aumentata, mentre il governo considera il conflitto con Washington una minaccia “esistenziale”.
Un gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha denunciato che almeno 24 persone sono state giustiziate per reati legati alle proteste. Amnesty International e Iran Human Rights hanno affermato che le esecuzioni di Sepahi‑Badjani e Safari‑Hosseinabadi sono avvenute in pubblico, anche se Mizan non ha indicato il luogo.
Secondo gli esperti ONU, 12 imputati del caso di piazza Alikhani sono stati condannati a morte in un’unica udienza a porte chiuse, senza chiarezza sulla responsabilità individuale: una violazione degli standard internazionali sul giusto processo. Mizan ha confermato che due di loro, Erfan Esfandiari e Gol Mohammad Mohammadi, sono stati giustiziati il 19 luglio. La guerra con gli Stati Uniti ha aggravato la situazione.
Le minacce di Washington sono iniziate il 2 gennaio, quando il presidente Donald Trump ha avvertito Teheran di non sparare sui manifestanti, dichiarando che gli USA erano “pronti a intervenire”. Il conflitto è esploso il 28 febbraio, quando un attacco congiunto USA‑Israele ha ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei, innescando mesi di guerra.





