Vaccino HPV

Il vaccino contro l’HPV sta cambiando la storia. Ora tocca anche agli uomini

Un tumore che per decenni ha rappresentato una delle più grandi minacce alla salute femminile potrebbe diventare sempre più raro. Il vaccino contro l’HPV e gli screening stanno cambiando la storia della prevenzione oncologica, ma perché questo risultato diventi realtà servono maggiore adesione, informazione e il coinvolgimento di tutta la popolazione. Ma soprattutto sono gli uomini che devono fare la loro parte
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Per decenni il tumore della cervice uterina ha rappresentato una delle principali paure legate alla salute femminile. Una diagnosi che ancora oggi, in molte aree del mondo, può trasformarsi in una condanna a morte a causa della mancanza di prevenzione, screening e accesso alle cure. Eppure questa malattia ha una caratteristica che la rende diversa da molte altre forme tumorali, perché siamo in possesso degli strumenti per prevenirne quasi completamente lo sviluppo.

La vaccinazione contro il papillomavirus umano (HPV) e i programmi di screening stanno dimostrando che un futuro senza tumore della cervice uterina non è un’utopia, ma un obiettivo raggiungibile. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2022 nel mondo sono stati stimati circa 660 mila nuovi casi di tumore della cervice uterina e circa 350 mila decessi. È il quarto tumore più frequente nelle donne a livello globale, ma circa il 99% dei casi è associato a un’infezione persistente da HPV.

Il papillomavirus umano è uno dei virus più diffusi al mondo e si trasmette principalmente attraverso i rapporti sessuali. Nella maggior parte dei casi il sistema immunitario riesce a eliminarlo spontaneamente senza conseguenze. Alcuni ceppi ad alto rischio (il 16 e il 18), però, possono rimanere nell’organismo per anni e provocare modificazioni delle cellule del collo dell’utero fino allo sviluppo di un tumore.

È proprio su questo meccanismo che interviene la prevenzione. Il vaccino contro l’HPV non elimina un’infezione già presente, ma protegge dai principali ceppi responsabili delle trasformazioni cellulari che possono portare alla malattia grave. Insieme allo screening rappresenta oggi una delle strategie più efficaci per ridurre drasticamente l’incidenza del tumore della cervice uterina.

Il Regno Unito e il calo dei tumori nelle generazioni vaccinate

Il Paese che più di tutti ha dimostrato il potenziale della prevenzione è l’Australia, diventata il primo al mondo ad avvicinarsi all’eliminazione del tumore della cervice uterina come problema di salute pubblica, di cui abbiamo già parlato in un nostro articolo ( ma ora si aggiunge nel panorama mondiale anche un altro esempio virtuoso e arriva dal Regno Unito, dove gli effetti della vaccinazione contro l’HPV sono già diventati misurabili. L’Inghilterra ha introdotto il programma nazionale di vaccinazione nel 2008 e uno studio pubblicato su The Lancet ha analizzato l’impatto sulle generazioni di ragazze vaccinate, evidenziando una riduzione fino all’87% del rischio di sviluppare un tumore della cervice uterina nelle donne vaccinate tra i 12 e i 13 anni rispetto alle generazioni precedenti. Secondo la ricerca già nel 2019 il programma vaccinale era associato a circa 448 casi di tumore cervicale in meno rispetto a quelli attesi e a oltre 17 mila lesioni precancerose di grado elevato evitate.

Un risultato ancora più significativo riguarda la mortalità. Una successiva analisi, pubblicata sempre su The Lancet, ha evidenziato che tra il 2020 e il 2024 in Inghilterra non si sono registrati decessi per tumore della cervice uterina tra le donne di 20-24 anni vaccinate nell’adolescenza, mentre sulla base dei dati storici se ne sarebbero attesi circa 23.

Una grande occasione da non perdere anche in Italia

Se alcuni Paesi stanno già raccogliendo risultati storici l’Italia deve ancora colmare alcune difficoltà. Gli strumenti per cambiare il futuro di questa malattia esistono e, come abbiamo detto, sono il vaccino contro l’HPV e gli screening, che rappresentano i due pilastri della prevenzione. La sfida oggi è aumentare l’adesione e raggiungere sempre più adolescenti, ragazze e ragazzi.

Secondo quanto riportato dalla Fondazione Umberto Veronesi le coperture vaccinali contro l’HPV nel nostro Paese restano inferiori agli obiettivi fissati. Il problema non riguarda l’efficacia del vaccino, ampiamente dimostrata dalla ricerca scientifica, ma la capacità di trasformare questa opportunità in una scelta condivisa dalla popolazione. La strategia dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per eliminare il tumore cervicale si basa su tre obiettivi: vaccinare il 90% delle ragazze entro i 15 anni, sottoporre a screening il 70% delle donne entro i 35 e 45 anni e garantire cure adeguate al 90% delle persone con lesioni precancerose o tumore.

L’HPV non è un problema solo femminile: anche gli uomini devono fare la loro parte

Per anni l’HPV è stato raccontato soprattutto attraverso il tumore della cervice uterina, creando l’idea che fosse una questione esclusivamente femminile. In realtà il papillomavirus riguarda entrambi i sessi. Gli uomini possono contrarre l’HPV, spesso senza sintomi, trasmetterlo ai partner e sviluppare a loro volta tumori associati all’infezione, come quelli del pene, dell’ano e alcune forme di tumore della bocca e della gola.

La vaccinazione maschile è, quindi, fondamentale sia per proteggere la salute individuale sia per ridurre la circolazione del virus nella popolazione. Pensare all’HPV come a un problema delle donne significa ignorare la natura stessa di un’infezione che riguarda tutta la comunità. La prevenzione non è una responsabilità femminile, ma una responsabilità collettiva. La lotta all’HPV non è una battaglia contro un tumore “delle donne”, ma una sfida contro un virus che può colpire chiunque.

La scarsa consapevolezza della prevenzione maschile emerge anche dalla poca attenzione ai controlli andrologici durante l’adolescenza. In Italia solo una piccola parte dei ragazzi effettua una visita preventiva. Circa il 2% degli under 20 si rivolge all’andrologo per un controllo e oltre il 90% dei maschi tra i 13 e i 19 anni non ha mai effettuato una visita andrologica. Un dato particolarmente rilevante se si considera che, secondo i dati della Società Italiana di Andrologia (SIA), circa un ragazzo su tre tra i 14 e i 18 anni presenta una condizione andrologica, come varicocele, fimosi o alterazioni testicolari, che potrebbe richiedere un controllo specialistico. Aumentare la cultura della prevenzione maschile significa coinvolgere anche gli uomini nella tutela della propria salute sessuale e riproduttiva e rafforzare il messaggio che l’HPV non riguarda soltanto le donne.

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