Pechino ha respinto come “pure invenzioni e calunnie malevole” le accuse lanciate dal presidente statunitense Donald Trump, secondo il quale la Cina avrebbe compiuto nel 2020 “la più vasta violazione di dati elettorali della storia”, acquisendo illegalmente le informazioni personali di circa 220 milioni di elettori americani.
“La Cina non ha alcun interesse nelle elezioni statunitensi e non vi ha mai interferito”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri Lin Jian, invitando Washington a non trasformare il Paese asiatico in “un argomento di campagna elettorale” e a tutelare le relazioni bilaterali.
I documenti declassificati
Trump aveva formulato le accuse durante un discorso di circa mezz’ora dalla East Room della Casa Bianca, dedicato alla sicurezza nazionale e all’integrità del voto in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. Il presidente ha annunciato la declassificazione di rapporti d’intelligence che, a suo giudizio, dimostrerebbero “vulnerabilità scioccanti” nei sistemi elettorali statunitensi.
Secondo Trump, Pechino avrebbe ottenuto dal 2020 archivi contenenti nomi, indirizzi, numeri di telefono e altre informazioni sugli elettori. Il presidente ha inoltre sostenuto che la violazione avrebbe interessato almeno 18 Stati e che i vertici della Cia e dell’Fbi ne sarebbero stati a conoscenza, ma avrebbero nascosto le informazioni. Ha quindi chiesto ai dipartimenti di Giustizia e della Sicurezza interna di indagare sull’operato dei funzionari coinvolti.
Le informazioni rese note finora, tuttavia, non dimostrano che la Cina abbia modificato voti o alterato il risultato delle elezioni presidenziali del 2020. Fonti a conoscenza dei documenti avevano riferito a Reuters che il materiale riguardava soprattutto le intenzioni o le capacità di Pechino di interferire, senza provare una manipolazione dei risultati.
Il pressing sulla legge elettorale
Trump ha utilizzato il discorso anche per chiedere al Senato di approvare il Save America Act, già sostenuto dalla maggioranza repubblicana alla Camera. Il provvedimento introduce l’obbligo di presentare una prova documentale della cittadinanza al momento dell’iscrizione nelle liste elettorali e un documento d’identità per votare. Il presidente chiede inoltre forti restrizioni al voto per corrispondenza.
I democratici accusano la Casa Bianca di voler delegittimare preventivamente le elezioni di novembre e sostengono che la riforma potrebbe rendere più difficile la partecipazione al voto per milioni di cittadini, in particolare studenti, persone a basso reddito e donne che hanno cambiato cognome dopo il matrimonio.





