L’ex primo ministro thailandese Thaksin Shinawatra è tornato in libertà vigilata dopo otto mesi di detenzione, accolto da una folla entusiasta davanti al carcere di Klong Prem. Il magnate settantaseienne, figura dominante della politica thailandese per oltre vent’anni, ha abbracciato i familiari con un sorriso stanco e ha dichiarato di sentirsi “sollevato”, mentre centinaia di sostenitori in rosso scandivano il suo nome. Il rilascio segna un nuovo capitolo nella lunga parabola di Thaksin, rientrato nel 2023 dopo quindici anni di autoesilio per scontare una condanna per abuso di potere e conflitto di interessi.
Il suo ritorno coincise con l’elezione di un alleato del Pheu Thai, ma la Corte Suprema stabilì che la lunga degenza ospedaliera successiva all’arresto fosse stata ingiustificatamente prolungata, imponendo un nuovo periodo di detenzione. La sua influenza, un tempo pervasiva, si è però incrinata. La destituzione della figlia Paetongtarn dalla carica di primo ministro e il crollo elettorale del Pheu Thai hanno segnato una brusca inversione di rotta per la dinastia politica degli Shinawatra.
L’ascesa di Anutin Charnvirakul, passato da alleato a rivale, ha ulteriormente ridisegnato gli equilibri, lasciando Thaksin più isolato di quanto non fosse mai stato. Nonostante ciò, il suo ritorno in libertà mantiene aperti interrogativi sul futuro politico del Paese. Per alcuni, Thaksin resta un simbolo di riscatto popolare; per altri, l’emblema di un passato che continua a condizionare la Thailandia. La sua presenza, anche attenuata, potrebbe ancora influenzare un sistema politico segnato da colpi di stato, sentenze destabilizzanti e rivalità personali.





