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Energia, il tempo perduto che presenta il conto

Energia, il tempo perduto che presenta il conto

Tra guerre, dipendenze esterne e scelte rinviate, l’Italia rischia uno choc energetico. Il premier Meloni è impegnato in una missione in Algeria per rafforzare la cooperazione energetica. Ma ora serve una svolta su nucleare e sistemi di smaltimento
lunedì, 23 Marzo 2026
2 minuti di lettura

Il paradosso italiano: dire no ad atomo e termovalorizzatori in nome dell’ambientalismo significa città più sporche, rifiuti fuori controllo e rischi sanitari per cittadini e turisti

Siamo in ritardo. E oggi, quel ritardo rischia di trasformarsi in uno choc energetico che il Paese non può permettersi. Le tensioni internazionali, a partire dai conflitti in Medio Oriente, stanno riportando al centro una verità che per troppo tempo abbiamo ignorato: l’energia non è solo una questione ambientale, è una questione strategica, economica e di sicurezza nazionale.

In queste ore il governo corre ai ripari. Il ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin ha evocato persino il ritorno al carbone in caso di aggravamento della crisi, mentre il presidente del Consiglio Giorgia Meloni è impegnato in una missione in Algeria per rafforzare la cooperazione energetica e siglare nuovi accordi sul gas. L’obiettivo è chiaro: consolidare il ruolo dell’Algeria come principale fornitore dell’Italia e aumentare le importazioni attraverso il gasdotto TransMed, nel tentativo di evitare una crisi di approvvigionamento.

Ma questa strategia, per quanto necessaria nell’immediato, certifica una fragilità strutturale: continuiamo a dipendere dall’estero. Prima dalla Russia, oggi dal Nord Africa e dal Medio Oriente. Cambiano i fornitori, non cambia il problema.

Uno choc che ci minaccia

Eppure la crisi attuale, come ha sottolineato il direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia Fatih Birol, rappresenta: “la maggiore minaccia alla sicurezza energetica globale nella storia”. Un allarme che in Italia sembra non essere stato ancora pienamente compreso.

Il punto è semplice: un Paese moderno non può affidare la propria stabilità energetica agli equilibri geopolitici. Deve costruire autonomia. E deve farlo in tempi rapidi.

Nucleare scelta obbligata

Oggi parlare di energia atomica non significa più evocare scenari del passato, ma guardare a tecnologie di nuova generazione, sicure, efficienti e a basse emissioni. Il nucleare rappresenta una scelta di sicurezza e indipendenza: produce energia continua, non dipende dalle condizioni climatiche e riduce drasticamente la necessità di importazioni.

Termovalorizzatori una risorsa

La seconda leva, altrettanto cruciale, è quella dei termovalorizzatori. L’Italia produce rifiuti ogni giorno: è un dato di realtà, non un’opinione. Una parte può e deve essere riciclata, ma ciò che non è recuperabile deve essere smaltito. E qui emerge il paradosso italiano.

Nel nostro Paese sono attivi appena 36-37 termovalorizzatori, di cui circa 25 concentrati al Nord. Una distribuzione che lascia il Centro-Sud in una condizione di grave carenza impiantistica.Il confronto europeo è impietoso: la Francia conta oltre 120 impianti, la Germania quasi 100.

Non si tratta solo di numeri, ma di conseguenze concrete. Le città restano sporche, le discariche si saturano, i rifiuti viaggiano per centinaia di chilometri con costi economici e ambientali enormi. Roma è il caso emblematico: per far fronte all’emergenza, i rifiuti sono stati trasferiti anche in Abruzzo, dimostrando come l’assenza di impianti adeguati generi inquinamento e inefficienza.

Il no ideologico degli ambientalisti

Eppure, proprio sui termovalorizzatori si è consumato uno dei cortocircuiti più evidenti della politica italiana. Il progetto di un impianto a Roma, sostenuto dal sindaco, è stato osteggiato da movimenti ambientalisti e forze politiche che ne contestano l’impatto ambientale e sanitario. Una contrarietà che ha avuto effetti politici rilevanti, contribuendo anche alla caduta del governo Draghi.

Qui si inserisce il vero nodo: l’ambientalismo italiano spesso rifiuta soluzioni concrete in nome di un’idea astratta di tutela ambientale. Ma opporsi a impianti moderni, progettati per ridurre le emissioni e recuperare energia, significa nei fatti peggiorare la situazione. Significa lasciare rifiuti nelle strade, aumentare il ricorso alle discariche, rinunciare a una fonte energetica utile.

È un paradosso evidente: in nome dell’ambiente si finisce per danneggiarlo.
Nel resto d’Europa, l’approccio è diverso. Paesi avanzati investono contemporaneamente in rinnovabili, nucleare e termovalorizzazione, senza ideologie. L’obiettivo è uno solo: garantire energia pulita, sicurezza e autonomia.

Un blocco da veti assurdi

L’Italia, invece, resta bloccata da veti incrociati e paure irrazionali. Ma il tempo delle esitazioni è finito. La crisi energetica che si profila all’orizzonte non lascia spazio a rinvii.

Si attui una svolta necessaria

Servono scelte nette: puntare sul nucleare di nuova generazione e colmare il gap infrastrutturale nei termovalorizzatori. Non è una questione politica, è una necessità nazionale.

Perché senza autonomia energetica non c’è crescita, non c’è stabilità, non c’è futuro.

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